Nostalgia è un neologismo seicentesco dal greco νόστος (nostos-ritorno) e ἄλγος (algos-dolore) e significa il dolore e la sofferenza del ritorno , della lontananza.
I Nòstoi furono i racconti epici del mondo classico che narravano il viaggio di ritorno in patria degli eroi greci dopo la caduta di Troia.
Facevano parte del Ciclo Troiano, una raccolta di poemi andati quasi interamente perduti, ad eccezione dell’ Iliade e l’ Odissea di Omero, frammenti degli altri testi sono citati nelle opere di autori più tardi.
Figura letteraria che ha attraversato i millenni Ulisse è stato interpretato come simbolo di intelligenza , inganno e dominio, della tensione tra ambizione e umiltà, appartenenza e fuga, identità e metamorfosi.
Dalla costruzione del suo mito nell’epopea greca alla trasformazione che ne fece Dante simbolo della voglia di conoscenza dell’uomo verso e oltre l’ignoto / fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canascenza. /
Fino al totale rovesciamento mitico operato da Joyce che lo trasforma in una sorta di antieroe della modernità alla deriva e alla ricerca del significato della propria vita, cifra che ha segnato la sua figura nella contemporaneità.
Tutto questo a sottolinearne la grande valenza simbolica e narrativa: per molti l’Odissea è archetipo e ” il libro ” per definizione dell’intera cultura e filosofia antica e moderna, occidentale, europea e mediterranea.
Senza addentrarsi in recensioni pretenziose — non avendo visto l’opera di Christopher Nolan, diventata in queste settimane oggetto e pretesto di un dibattito diffuso a tratti surreali e ossessivo — vale la pena ricordare che il ritorno nell’Odissea è stato ed è anzitutto ritorno simbolico, narrativo ed eroico , poema sul viaggio, sulla prova, sull’identità ritrovata , sulla trasformazione del protagonista lungo il cammino.
Il rientro a Itaca di Ulisse un percorso decennale, pieno di prove ed insidie, che culmina nel riconoscimento della sua vera identità e nel ripristino dell’ordine domestico e politico, un ritorno psicologico ed esistenziale oltre che geografico:
Ulisse non torna solo in patria, ma deve riappropriarsi di sé e del suo ruolo , si tratta quindi anche di una forma di ricomposizione: casa, famiglia, potere e memoria che tornano a coincidere.
Un viaggio che alla fine trova la lealtà dei familiari e la possibilità di ristabilire un processo di riconoscimento e reintegrazione.
Agamennone, l’altro grande eroe protagonista della guerra di Troia , sicuro della sua identità , rientrato subito in patria, troverà invece una casa corrotta dall’infedeltà e si concluderà con il suo assassinio, storia magistralmente narrata nel ciclo tragico di Eschilo e il suo diventerà così il paradigma del fallimento del ritorno non del compimento.
La differenza più forte non sta solo nell’esito, ma nel senso complessivo ; Ulisse vaga per il Mediterraneo, si mette alla prova e si riappropria della propria identità, Agamennone torna vincitore ma scopre che la patria è diventata ostile. Per questo la tradizione greca usa spesso i due casi come poli opposti del nostos: il ritorno salvifico e quello distruttivo.
Nella modernità il tema del ritorno e della nostalgia tende sempre meno a essere un semplice rientro ma più un’esperienza di spaesamento, memoria e ricostruzione di sé. In altre parole, il ritorno non ristabilisce mai davvero l’ordine originario: o la casa e la patria è cambiata o è cambiato chi vi torna.
Per questo gli eroi omerici restano riferimenti ancora attuali, anche perchè la letteratura moderna li ha trasformati in figure dello sradicamento, della nostalgia e della frattura; il viaggio vissuto come ricerca di una certezza smarrita.
Ulisse richiama contesti in cui la sopravvivenza dipende dall’adattamento, dall’astuzia e dalla capacità di attraversare le crisi. In chiave contemporanea, questo sembra assomigliare alle comunità che cercano di restare coese sotto pressione: guerre, migrazioni, instabilità economica, divisioni sociali, Il rischio però è una perenne navigazione emergenziale, dove si vive di stratagemmi senza un vero progetto se non la sopravvivenza.
In altri contesti il ritorno del potere non produce riconciliazione ma rottura. Il rientro di un capo che promette restaurazione, ma trova istituzioni logorate, fiducia distrutta e conflitto interno. Qui il “ritorno” non sana la crisi: la rende visibile e spesso la aggrava.
Si torna in un luogo che non coincide più con la memoria o si rientra in un ordine che non può essere ricostruito com’era prima. Questo vale bene per molti discorsi pubblici contemporanei, in cui si invoca il recupero di una sovranità, di una comunità o di un’identità originaria, ma il contesto globale ha già mutato le condizioni di fondo.
Società che cercano una patria simbolica mentre le loro coordinate reali , il loro spirito vitale si sono già spostati altrove. Per questo il tema resta attualissimo: il ritorno non è solo una categoria letteraria, ma anche una forma che interroga il presente.
Travolti dal 2022, con l’invasione russa dell’Ucraina, in un ciclo di guerre totali che sembrano entrate in una fase di cronicità, come una malattia di cui si possono al massimo curare i sintomi , ma non si riesce a debellarne le cause, vi è da chiedersi, quando questi conflitti in qualche modo si esauriranno, cosa troveremo tutti una volta ” tornati a casa”.
Il punto non è solo che “non si tornerà indietro”; è che il quadro entro cui quel ritorno avrebbe avuto senso non esiste più: nuovi equilibri di potere, crisi delle regole, frammentazione delle alleanze e interdipendenze più instabili, lacerazioni diffuse che non si ricomporranno a breve, un numero inaccettabile di morti che lascia senza fiato e preannuncia solo una spirale di vendette, capri espiatori e violenze mimetiche.
Per questo il ritorno alle radici e agli ideali passati diventa spesso una formula retorica: si promette restaurazione di un ordine certo ma in realtà si gestisce una transizione senza una uscita visibile.
In certa nostra letteratura di metà novecento emerge in modo chiaro : La luna e i falò di Pavese è spesso letto come un ritorno fallimentare: il protagonista, fuggito dal fascismo e profugo in America, torna al paese, ma trova un mondo che non coincide più con la memoria e con l’identità che cercava.
In Conversazione in Sicilia di Vittorini, il ritorno assume una dimensione interiore e conoscitiva, il protagonista torna in Sicilia dopo molti anni, ma il suo non è un rientro pacificato: è piuttosto una discesa nella memoria, nella povertà e nella sofferenza collettiva, non torna per “recuperare” la casa perduta, ma per vedere la realtà con occhi diversi e consapevoli delle ingiustizie
Mentre con Beppe Fenoglio il ritorno è invece segnato dalla guerra e dalla frattura storica. La patria non appare come rifugio, ma come spazio ferito, attraversato da violenza e disillusione. L’ intensa atmosfera che si respira non promette facili pacificazioni: e il dopoguerra con le sue difficoltà , come nella Paga del Sabato, non restituirà mai davvero ciò che è stato perduto.
Come le antiche stirpi scoprirono che la casa e la terra dei padri avrebbero potuto non essere più casa, così una comunità e uno Stato scopre che il mondo a cui voleva tornare è già stato trasformato e trasfigurato dalla guerra, il ritorno divenuto impossibile mentre prevale la tensione tra nostalgia di una stabilità perduta e la necessità di agire in un mondo cambiato.
Per questo il linguaggio del ritorno alle certezze del passato è così frequente nel discorso politico: evoca sicurezza, continuità, identità. Ma proprio questa forza simbolica ne mostra anche il limite.
In questo senso la nostalgia non è solo un sentimento, ma un dispositivo retorico: costruisce una narrazione di perdita, promette il ritorno a un’unità immaginaria e trasforma la restaurazione in soluzione politica, dove il passato viene selezionato e idealizzato per rafforzare identità, confini e aspettative di certezze.
Ma in un mondo globale segnato da interdipendenza, conflitti prolungati e mutamenti strutturali, il ritorno non coincide quasi mai con il ripristino di un ordine precedente.
Parafrasando un antico appunto di Gustav Flaubert: Gli Dei sono scomparsi, Cristo assente, è rimasto l’uomo: solo.
Tutto sta sempre piu’ ad indicare la necessità di inventare una nuova forma di presenza nel mondo, capace di abitare la trasformazione invece di negarla.
La nostalgia promette una patria riconoscibile; il reale mostra invece una scena mutata, spesso irriconoscibile. non possiamo recuperare integralmente ciò che è stato, ma possiamo comprendere che ogni politica autentica comincia quando smette di confondere e sovrapporre il passato desiderato con il presente effettivo.
Non si tratta di rinunciare alla memoria, bensì di sottrarla ad una tentazione di restaurazione. La memoria vale come coscienza critica: conservare il legame con ciò che è stato, ma non un modello da ripristinare.
La vera maturità storica consisterà non nel tornare, ma nel saper abitare la perdita senza farne un mito paralizzante.

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