La morte in carcere di Ratko Mladić, il comandante serbo-bosniaco “boia di Srebrenica”, avvenuta nell’anno del trentesimo anniversario del genocidio, ci rammenta – come ha scritto la rivista «Micromega» in un articolo uscito nell’immediatezza – che “Mladić è morto, Srebrenica no” e non basta ricordare e rievocare, andare in visita al Memoriale di Potočari, vedere e dare testimonianza di quanto avvenuto in Bosnia negli anni Novanta.
Occorre comprendere le cause che lo hanno scatenato e reso possibile perchè ne conseguano poi atti politici in grado di prevenirne il ripetersi nei Balcani e altrove, cosa tutt’altro che scontata: la vergognosa e provocatoria decisione del governo serbo di celebrare i funerali e gli onori di stato ad uno dei più spietati criminali di guerra ne è la controprova.
La guerra in Jugoslavia arrivò allora al culmine di una profonda crisi economica e politica del paese, di cui non si colsero le conseguenze geopolitiche, e che metteva in luce la difficile transizione dei regimi dell’Europa orientale: una transizione che stava avvenendo nel contesto del collasso statuale, imprevisto nel suo rapido evolversi, della stessa Unione Sovietica.
Non si sono mai evidenziate in modo approfondito la contemporaneità e le analogie tra quanto avvenne allora e il crollo dello spazio politico terrioriale, imperiale ed egemonico sovietico. Il vuoto di potere determinatosi fece riemergere e riesplodere divisioni e scontri spesso su precedenti e storiche linee di frattura politiche, religiose, identitarie e culturali.
Popoli e nazioni sotto il controllo sovietico e russo che volevano ritrovare le loro libertà: anche il conflitto ucraino trova qui una delle sue genesi storiche.
Un conflitto, quello balcanico, paradigmatico, nel quale emersero tratti e peculiarità che avremmo ritrovato in seguito altrove, tra i quali, prima di tutto, l’emergere dell’ideologia etno-nazionalista, che fu motore e istigatore decisivo.
Si tratta di una velenosa eredità nel corpo sociale di quei paesi, lasciata dal fallimento dell’esperienza del socialismo reale guidato dai partiti comunisti, anche se non ovunque e con la stessa intensità. Ma non è un caso, se parliamo dell’oggi, che in Germania la nascita e i principali bacini di consenso elettorale dei movimenti neonazisti, di estrema destra e oggi dell’AfD siano stati i Länder dell’ex Germania orientale.
Nei Balcani, il nazionalismo eversivo e istigatore d’odio ha poi rappresentato la fase decadente, finale e violenta dei vecchi gruppi politici, degli apparati, dei potentati locali e dei loro clientes.
Soggetti e gruppi di potere in gran parte ex comunisti che cercarono e spesso riuscirono a rilegittimarsi politicamente soffiando sul fuoco delle crisi socio-economiche dovute allo shock e al rapido, a volte brutale, passaggio al capitalismo e ai processi di modernizzazione; del vuoto identitario; delle frustrazioni; del revanscismo e dell’orgoglio patrio ferito; dell’appello al popolo oppresso e minacciato dall’esterno.
Il crollo del partito unico e la fine dell’identificazione carismatica con la scomparsa di alcuni suoi leader storici e con la generazione che aveva combattuto la Seconda guerra mondiale, portò molte realtà, soprattutto in quelle plurinazionali e religiose, a ripiegare sull’identità della singola nazione di appartenenza: un’etnia, una religione, un capo. Mitologie di rifondazione pseudo-storica, presunte grandezze perdute e umiliazioni da vendicare.
Ed è nel momento in cui, per affermare la propria identità, si nega ad altri la loro, che compare inevitabilmente la violenza, l’etno-nazionalismo e la sua cultura maschilista e bellicista, la rifondazione mitologica della patria, il culto della morte e la guerra sacrificale.
Quando una comunità e una statualità muoiono e si rompono i legami sociali, quella rottura si propaga come un’epidemia virale ai legami individuali e intra-soggettivi, retrocedendo a meccanismi di identificazione primaria, a logiche identitarie regressive.
Elaborazioni paranoiche, pulsioni di morte, odi, paure e impulsi violenti proiettati sul “nemico” esterno si potenziarono a vicenda, cementando identità di gruppo. Uno slittamento prima semantico, di linguaggio d’odio, e poi fattuale, fino a trasformare l’altro nel capro espiatorio della comunità, fino a diventare “semplicemente” il nemico da uccidere: psicosi persecutorie che travolsero individui e intere comunità inermi.
C’è da chiedersi quanto l’assenza di legami solidi e duraturi tra le varie componenti, la mancanza di democrazia, di una dialettica tra i corpi intermedi, di un’autonoma distinzione tra i vari poteri dello stato abbia pesato nell’incapacità di resistere di alcuni dei regimi socialisti all’impatto violento dell’etno-nazionalismo e di veri e propri gruppi criminali che conquistarono il potere.
Così, quando il fascismo nazionalista riapparve sotto nuove spoglie, con il suo linguaggio, la violenza, le sue rivendicazioni territoriali e la guerra, le generazioni di allora non trovarono niente nel proprio vissuto, nei valori condivisi, con cui confrontarlo, riconoscerlo e contrastarlo (Rada Iveković).
Dopo la pace di Dayton, la giustizia internazionale e i processi all’Aja avrebbero potuto aiutare, ma sono arrivati troppo tardi e pieni di lacune e contraddizioni. Hanno individuato le responsabilità di singoli, ma non i mandanti , non una riflessione sulla genesi dell’odio e le responsabilità politiche più ampie, lasciando la percezione diffusa di un risarcimento morale e di giustizia insoddisfatti.
Ovunque, il superamento di crimini diffusi nel corpo sociale, di divisioni e guerre civili, e i processi di riconciliazione hanno bisogno di tempo e di spazio per essere declinati. Sono opzioni che non si strutturano da sole: vanno sostenute politicamente, economicamente e socialmente. Se non si ricreano nella struttura della società l’ambiente e le precondizioni idonee alla ricostruzione della fiducia, i processi di dialogo rimangono esperienze testimoniali, di frontiera.
E così, nel vuoto anche di una mancata integrazione politica ed economica europea si è alimentata una nuova narrazione iper-nazionalista come compensazione regressiva e proiezione identitaria, elemento foriero del possibile riaprirsi di nuovi conflitti tra le varie componenti etno-nazionali e tra i paesi dell’area.
Solo nel 2022, a fronte dei pericoli di un effetto domino sull’area balcanica provocati dal conflitto in Ucraina, e per contenere la storica influenza russa sulla regione, si è corsi velocemente ai ripari, riaprendo e accelerando i percorsi e l’inizio dei negoziati di adesione all’UE dei paesi ancora esclusi.
Ma le prospettive e le tempistiche rimangono tuttora indefinite, il tutto aggravato da Mosca che da vent’anni si muove sullo sfondo, alimentando le divisioni e sostenendo i movimenti, i partiti e i governi ultranazionalisti , di destra e populisti dell’area.
Di fronte a questo quadro, la sola condanna morale non basta. Occorre tradurre la memoria in politiche concrete: se occorre, accelerare e rendere credibile il percorso di adesione all’UE, non di meno, la resilienza democratica passa attraverso il sostegno a reti sociali solide, a organizzazioni della società civile locali che lavorano su diritti umani, inclusione e prevenzione dell’odio; la lotta alla corruzione diffusa, il sostegno a media indipendenti e pluralisti, capaci di offrire narrazioni diverse da quelle ipernazionaliste; la promozione di politiche economiche e sociali che riducano disuguaglianze e marginalizzazione, terreni fertili per la propaganda estremista.
Su questi temi, il lavoro della società civile e dei corpi intermedi può essere decisivo: costruire anticorpi democratici, forze ed energie da far crescere per impedire in futuro altre derive. La lotta contro la degradazione e la disumanizzazione della persona, il contrasto e il superamento delle relazioni violente – a partire da quelle che nascono nei nuclei primari della società – sono compiti imprescindibili. Ma soprattutto spetta alla politica creare meccanismi e strumenti che sappiano proteggere le comunità da aggressioni e crisi interne laceranti.
De te fabula narratur, direbbero i latini, la storia di guerre totali e orrori che stiamo vivendo in questi anni parla di noi.
Srebrenica non è solo un ricordo: è un avvertimento. Se la comunità internazionale nelle sue varie articolazioni non saprà trasformare questa memoria in azione politica concreta, rischiamo di assistere in Europa – ancora una volta, come è successo a Buča in Ucraina – alla ripetizione della storia, invece di impedirla.

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