La crisi di Ceuta non è un incidente di percorso: è il sintomo di una scelta politica ancora incompiuta. Da un lato si continua a reagire in ordine sparso, inseguendo le emergenze, le paure e le logiche di consenso immediato. Dall’altro si avverte ormai la necessità di politiche di prospettiva, capaci di governare i processi.
La stessa tensione attraversa il dossier ucraino. In entrambi i casi è in gioco la capacità dell’Unione di agire come soggetto politico unitario, assumendosi le conseguenze delle proprie decisioni in nome di un’etica della responsabilità e di una visione di medio-lungo periodo.
Non serve evocare complotti internazionali per vedere come la poca lungimiranza delle nostre politiche abbia consegnato ai paesi confinanti o prospicenti – ieri la Libia e la Turchia, oggi il Marocco – la gestione delle masse di rifugiati come arma di pressione e ritorsione.
Certo è che sui confini geopolitici meridionali e orientali dell’UE, il conflitto in Ucraina, le guerre dei dazi e l’uso politico delle migrazioni (da Ceuta a Lampedusa fino alla rotta balcanica) mostrano che esistono da tempo forze politiche e Stati ostili al progetto europeo, pronti a sfruttarne i limiti, le aporie e le contraddizioni interne per metterlo in crisi.
Ceuta diventa il luogo — oggi qui, domani altrove — in cui si misura la tenuta politica dell’Europa: non solo sul piano umanitario, ma su quello della coerenza istituzionale e della fiducia reciproca.
Il 12 giugno 2026 è entrato in vigore in tutti i 27 Stati membri il nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo, la prima politica comune europea in materia. Le sue linee principali sono tre:
- Rafforzamento delle frontiere esterne con procedure accelerate e rimpatri più rapidi;
- Un meccanismo di solidarietà che prevede il ricollocamento di circa 30.000 persone all’anno o un contributo finanziario di 600 milioni di euro;
- Una distinzione tra migrazione irregolare e canali legali, con l’obiettivo di incoraggiare percorsi d’ingresso per lavoro, studio e ricongiungimento familiare.
Nonostante il quadro normativo più organico, restano nodi cruciali inevasi: la discrezionalità nazionale sui volumi d’ingresso crea disallineamenti tra domanda di lavoro e canali legali disponibili; la solidarietà “a pagamento” rischia di trasformarsi in una transazione monetaria senza risolvere la pressione sui paesi di frontiera; la narrativa securitaria dominante continua a concentrarsi su respingimenti e controlli, mentre i canali legali restano marginali e poco visibili politicamente.
Anche sul fronte ucraino l’unità formale nasconde differenze sostanziali. Nel giugno 2026 i 27 Stati membri hanno approvato all’unanimità le conclusioni del Consiglio europeo sull’Ucraina, confermando il sostegno politico, finanziario, umanitario, militare e diplomatico e prorogando le sanzioni alla Russia per dodici mesi. Il bilancio UE 2026 prevede finanziamenti stabili e programmabili, oltre a un incremento dedicato alla sicurezza e alla difesa; tuttavia, l’attuazione del piano Safe procede a strattoni tra continue ridiscussioni.
L’UE ha parallelamente avviato i negoziati di adesione con l’Ucraina, ma con un approccio cauto, frenando su accelerazioni politiche e lasciando spazio ai veti dei governi e dei parlamenti nazionali, dove si registrano ibride alleanze tra sinistre radicali neocomuniste e forze delle destre sovraniste e populiste contrarie.
Il sostegno a Kyiv è una scelta strategica sulla sicurezza europea, sull’ordine internazionale e sul futuro dell’allargamento. Difendere l’Ucraina significa difendere un’idea di sovranità, di democrazia, di autodeterminazione e di Stato di diritto che l’UE dichiara di condividere.
A prescindere dalle invocazioni alla concordia pacifica o dal semplice disinteresse (“non vogliamo pagare o morire per l’Ucraina”) cavalcato da vari populismi, sostenere Kyiv richiede il coraggio della responsabilità: farsi carico dei costi e affrontare un’impopolarità potenziale in nome di una prospettiva di lungo periodo, di una politica di difesa comune e di una deterrenza necessarie per affrontare la pressione dei vecchi e nuovi imperialismi russi e le sfide su più fronti da parte di altre potenze. Non come alternativa alla diplomazia, ma come suo indispensabile complemento.
Sul tema migratorio, invece, l’unanimità e il posizionamento europeo sono ancora più fragili. Sebbene la protezione dei rifugiati sia un valore fondativo dell’UE, nella pratica prevale spesso la sola logica del contenimento e del respingimento.
Nonostante le differenze, esistono punti di convergenza potenziale. Sia per l’Ucraina sia per i migranti, l’UE dichiara di voler agire in modo solidale, anche se con risultati diversi. Il modello di protezione temporanea per gli ucraini potrebbe costituire un precedente per forme di tutela più flessibili anche per altri profughi, dimostrando che le risorse esistono e che la differenza risiede nella priorità politica.
Il governo dell’emergenza si riconosce da alcune caratteristiche ricorrenti:
- Reattività invece di progettualità (si agisce solo a crisi esplosa);
- Slogan e parole d’ordine (“chiudiamo i confini”, “respingiamo tutti”, “prima gli italiani/europei”);
- Uso strumentale delle paure, con i migranti rappresentati come minaccia indipendentemente dai dati reali.
Questa logica produce un perenne stato di eccezione in cui ogni crisi ne prepara un’altra, senza mai affrontarne le cause profonde.
Politiche di prospettiva significano, al contrario, riconoscere che i flussi migratori sono fenomeni strutturali legati a divari demografici, economici e politici; creare canali legali d’ingresso e la libera circolazione per lavoratori extra-UE; far un uso limitato e proporzionato dell’azione penale, distinguendo tra reati gravi, violazioni amministrative e le tante situazioni di vulnerabilità.
Seguendo Max Weber, mentre l’etica dell’intenzione agisce in base a principi assoluti senza preoccuparsi delle conseguenze, l’etica della responsabilità agisce tenendo conto degli effetti delle proprie scelte. Verso i migranti prevale spesso un’etica dell’intenzione (o del consenso): slogan, respingimenti e hub, ma senza una visione strategica condivisa.
Collegare le scelte su Kyiv con quelle sui migranti implica riconoscere una simmetria di responsabilità: se l’Europa ha un dovere morale e strategico verso l’Ucraina, lo ha anche verso i migranti, facendosi carico di costi condivisi e di una visione di lungo periodo.
Andare contro il senso comune è politicamente costoso. L’opinione pubblica spesso sovrastima gli arrivi e sottovaluta l’impatto positivo della migrazione regolare sul mercato del lavoro e sul sistema pensionistico. Media e social network tendono a premiare le notizie drammatiche e le semplificazioni, rendendo difficile comunicare politiche complesse. Partiti e leader temono di perdere consenso se non mostrano fermezza, anche quando è evidente che l’inasprimento dell’azione penale risulta inefficace o controproducente.
Su questo occorre chiarirsi: l’uso strumentale, razzista e la logica del capro espiatorio contro i migranti continuano, nella loro genesi, a non essere compresi a sinistra e in parte della società civile, nonostante le evidenze politiche e sociologiche degli ultimi venticinque anni. Tale fenomeno trova le sue origini e il suo crescente consenso soprattutto negli effetti sottovalutati delle crisi economiche e sociali su ampi strati di popolazione europea.
Quando prevalgono la sfiducia e la preoccupazione per le proprie condizioni socioeconomiche, la richiesta di tutela non scompare ma si sposta su un piano simbolico, culturale e identitario. L’affermazione identitaria non cancella le difficoltà materiali (redditi bassi, precarietà), ma si affianca ad esse e nei contesti di maggiore vulnerabilità, finisce per scavalcare le priorità economiche nella percezione quotidiana: una spinta che cresce nei vuoti lasciati dalle istituzioni.
Dove mancano la rappresentanza sociale e la risposta al bisogno di protezione, la rabbia trova sfogo nella ricerca di radici, confini e simboli, contrapponendosi allo “straniero” e alle altrui povertà, vissute come ulteriore minaccia. È questo ad alimentare il consenso alle destre sovraniste: un consenso che la denuncia, la semplice indignazione, le continue accuse di razzismo e fascismo e le retoriche umanitarie progressiste non scalfiscono minimamente.
Una politica responsabile deve avere il coraggio di distinguere, spiegare i possibili scambi positivi (canali legali più ampi possono ridurre gli arrivi irregolari, ma richiedono investimenti, integrazione e controlli efficaci) denunciare lo schiavismo e lo sfruttamento a basso costo della manodopera straniera, assumersi responsabilità impopolari, filtrando le pulsioni della società per costruire regole istituzioni e leggi durature.
Era il compito, la funzione svolta nel secondo dopoguerra dalle grandi forze popolari e dei partiti di massa ora liquefatti e trasformatisi in permanenti comitati elettorali di leader a chiamata; ma se la politica non recupera questa visione, rimarrà solo la gestione di interessi corporativi o in alcuni casi di comitati globali d’affari.
La solidarietà non può ridursi a dichiarazioni di principio. Deve tradursi in condivisione reale delle responsabilità e delle risorse, con indicatori chiari, trasparenza e coinvolgimento attivo dei territori (regioni, città e società civile).
Politiche che devono avere il coraggio di andare contro il senso comune, le percezioni, le paure. E questo vale su tutto e trasversalmente: sull’immigrazione, sull’economia, sulle politiche militari e di difesa, sulle politiche energetiche e sulle infrastrutture.
L’Europa e i suoi governi devono scegliere se essere un soggetto strategico o un aggregato di Stati che reagiscono individualmente.
Se ci facciamo governare dagli slogan e dagli umori delle piazze, inseguendo e alimentando le distorsioni ideologiche di parte dei propri elettorati, non avremo mai una prospettiva, ma solo un governo delle emergenze eletto a sistema.
I tempi richiedono una politica che abbia il coraggio della propria responsabilità. L’Europa deve affrontare un cambio di paradigma e assumersi le conseguenze delle proprie decisioni, per affermarsi definitivamente, con i suoi valori e principi, come soggetto politico internazionale maturo, forte e autonomo.

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