Questo blog è nato come spazio di pensieri e informazioni intorno alla geopolitica e alla politica internazionale con contributi che da due anni ruotano attorno ad alcuni nuclei tematici ricorrenti: la crisi dell’ordine internazionale, la guerra in Ucraina e nel Medio Oriente, l’erosione delle democrazie liberali, il ruolo dell’Europa, la memoria delle violenze del Novecento e la chiamata alla responsabilità di fronte alle tragedie del presente.
1. Geopolitica: dalla fine dell’ordine liberale al “gioco antico” delle sfere d’influenza
Al centro della riflessione la fine dell’ordine internazionale post-1989, “unipolare” (a egemonia statunitense) e “liberale” (globalizzazione, democrazie politiche sul modello occidentale, istituzioni multilaterali).
Questo ordine, colpito gia’ simbolicamente con il tragico attentato islamista di Al-Qāʿida l’11 settembre 2001 a New York e le sue successive conseguenze, è entrato in erosione dalla crisi finanziaria internazionale del 2007 e poi dei debiti sovrani dell’eurozona.
A seguire vennero i fallimenti dei “regime changes” attraverso gli interventi militari in afghanistan, iraq e libia, le contraddizioni insite nei processi di globalizzazione, l’aumento delle disuguaglianze e la polarizzazione politica interna alle democrazie occidentale, il vuoto e il mancato riassetto di un ordine politico e di un nuovo patto tra le potenze, dopo la fine della guerra fredda, che ha eroso le fondamenta della legittimità del diritto internazionale trovando la sua accellerazione sistemica il 24 febbraio 2022 con l’invasione russa dell’Ucraina.
In questo vuoto e’ riemerso un “gioco antico”: una sorta di non dichiarato nuovo Concerto delle Nazioni e il ritorno delle sfere d’influenza, dove le grandi potenze tentano, a suon di fatti compiuti, una divisione globale di spazi e aree di egemonia e controllo tra loro, mettendo ai margini le istituzioni multilaterali e dettando le condizioni agli Stati più deboli.
Il riferimento esplicito a Yalta non è solo storico, ma metafora di una possibile “nuova Yalta” unilaterale sull’Ucraina e sul mondo, in cui Kyiv — ma a suo modo anche la Palestina , per parlare dei conflitti piu’ noti, potrebbero diventarne i “convitati di pietra e le possibile vittime sacrificali”.
La Russia di Putin è stata l’attore che più apertamente ha contestato l’ordine liberale, percependolo come una minaccia alla sua sicurezza e alla sua area di “vicinanza strategica”. La guerra in Ucraina come un tentativo di ristabilire una sfera d’influenza russa, impedendone l’indipendenza reale e la scelta dell’integrazione occidentale , atlantica ed europea di Kyiv.
La Cina, più cauta sul piano militare, consolida l’influenza economica, politica e militare nell’Asia-Pacifico e oltre.
Gli USA, invece non più il garante affidabile di un ordine liberale, si stanno torcendo in una politica estera imprevedibile, legata a logiche di forza e a dinamiche interne polarizzate dal sovranismo autoritario e eversivo della presidenza Trump.
L’Europa e il resto del mondo non possono più contare su un “ombrello” americano stabile. È da questa consapevolezza che occorre partire quando si parla di autonomia strategica europea, di difesa comune e di “potenza normativa”.
2. Sicurezza globale: un sistema internazionale in disgregazione sistemica
La riflessione geopolitica non può essere separata da una lettura aggiornata della sicurezza globale. I dati e i rapporti più recenti descrivono un sistema internazionale entrato in quella che lo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI) definisce una “nuova era di disgregazione sistemica”: conflitti interstatali raddoppiati, spesa militare ai massimi storici, ordine nucleare in erosione, trattati umanitari disertati.
Conflitti, militarizzazione e “nuova normalità” della guerra
Nel 2025 il numero di Stati coinvolti in conflitti armati è rimasto elevato (oltre 50), ma il dato più significativo è il raddoppio dei conflitti interstatali, passati da tre a sei e capaci di coinvolgere almeno una quindicina di stati: Afghanistan e Pakistan, Cambogia e Thailandia, India e Pakistan, Iran e il fronte israelo-statunitense, Russia e Corea del Nord contro l’Ucraina, Sudan, Repubblica Democratica del Congo e Ruanda, Yemen e Arabia Saudita.
Cinque conflitti hanno superato la soglia dei 10.000 morti: Ucraina, Sudan, Israele-Palestina, Myanmar e Nigeria.
Quello ucraino, il piu’ grave in europa dal 1945 e dopo le guerre balcaniche degli anni 90, si ritiene abbia superato , secondo il Center for Strategic and International Studies di Washington, sulla base anche di stime dei governi americano e britannico 1,2 milioni i militari russi e 600mila quelli ucraini morti, feriti o dispersi.
Le vittime civili ucraine almeno 16 mila
Questi numeri non sono solo contabilità: confermano la tesi più volte avanzata secondo cui la guerra è tornata a essere un’esperienza strutturale del presente, non un’eccezione.
La “normalizzazione” della guerra si accompagna all’uso ordinario di armi di precisione, sistemi autonomi, sciami di droni e operazioni cibernetiche, con un aumento delle violazioni del diritto internazionale umanitario: reclutamento di bambini soldato, violenza sessuale, tattiche di assedio alimentare, attacchi a strutture sanitarie.
La violenza è così diventata parte integrante della governance globale, un linguaggio che le potenze usano per ridefinire gerarchie e confini.
Spesa militare record e industria delle armi
La spesa militare mondiale è salita per l’undicesimo anno consecutivo, raggiungendo 2.900 miliardi di dollari, pari al 2,5% del PIL globale: il livello più alto mai registrato dal SIPRI. Gli Stati Uniti nel 2025 restano al primo posto (954 miliardi, 33% del totale), seguiti da Cina (336 miliardi) e Russia (190 miliardi). L’Europa ha aumentato la spesa del 14%, raggiungendo 864 miliardi, con un onere militare medio salito dal 2,8% al 3,2% del PIL.
I trasferimenti internazionali di armi nel quinquennio 2021-2025 hanno segnato il volume più alto dalla fine della Guerra Fredda, e l’Europa è diventata, per la prima volta dagli anni Sessanta, una delle prime regione importatrici.
Questi dati danno concretezza alla analisi sul ritorno delle sfere d’influenza e sulla fine della delega ad altri della sicurezza in Europa: il riarmo non è solo una reazione alla guerra in Ucraina, ma il segnale di un sistema internazionale che si ricompone su basi più transazionali, meno cooperative e più esposte al rischio di errori e conflitti potenziali
Ordine nucleare in erosione e crisi del controllo degli armamenti
Il capitolo più inquietante riguarda le armi nucleari. All’inizio del 2026 nove Stati possedevano complessivamente circa 12.187 testate, di cui 9.745 in stock militari potenzialmente operativi e 4.012 effettivamente dispiegate. Tutti e nove i Paesi hanno proseguito i programmi di rafforzamento; la Cina è passata da 600 a circa 620 testate nell’anno.
A questo si aggiunge la scadenza, a febbraio 2026, dell’ultimo trattato bilaterale russo-statunitense di controllo degli armamenti strategici, il New START, senza segnali di un negoziato sostitutivo tra Cina, Russia e USA.
Questi elementi confermano la lettura di un ritorno del “gioco antico” delle sfere d’influenza, ma con una novità pericolosa: il crollo del controllo strategico degli armamenti, la crisi della non proliferazione e la perdita di credibilità della deterrenza estesa americana.
Guerra ibrida, cyber e dominio cognitivo
La Relazione italiana sulla politica dell’informazione per la sicurezza 2026 (“Governare il cambiamento”) descrive un contesto in cui la minaccia non si manifesta più solo in eventi visibili, ma in dinamiche continue, pervasive e spesso elusive, in un contesto multidimensionale e multidominio: tradizionale, cibernetico, sottomarino, cognitivo e della proprietà intellettuale: un’integrazione coordinata di strumenti per colpire un avversario senza superare la soglia del conflitto armato.
La tecnologia è il fattore abilitante centrale: rende più difficile l’attribuzione, la risposta e la deterrenza. La manipolazione informativa agisce all’interno della sfera cognitiva e mira a minare i capisaldi delle società democratiche: fiducia nelle istituzioni, coesione sociale e capacità decisionale.
L’UE, di fronte all’aumento delle minacce ibride, ha avviato esercitazioni come Allies 2026 e sta strutturando gruppi rapidi di risposta. Ma il quadro resta frammentato: la distinzione tra sicurezza interna ed esterna è sempre più labile, e la tecnologia ridefinisce le modalità di esercizio del potere, modificando la natura delle minacce e condizionando la capacità dello Stato di prevenirle e contrastarle.
Quando si parla di guerra ibrida, si vuole sottolineare che il campo di battaglia non è più solo fisico: è anche cognitivo, digitale e narrativo.
Le democrazie sono attaccate non solo nelle loro infrastrutture, ma nella loro capacità di interpretare, creare il consenso e dare senso al mondo, non è un caso che si stima in quasi due miliardi di dollari annui il valore delle operazioni di disinformazione e propaganda messe in atto dalla Russia di Putin
Rischi globali 2026: confronto geo-economico, polarizzazione, IA
Il Rapporto sui rischi globali 2026 del World Economic Forum colloca al primo posto il confronto geo-economico, considerato il rischio più probabile a scatenare una crisi globale nel 2026 e il più grave nei prossimi due anni. Seguono i conflitti armati su base statale, le condizioni meteorologiche estreme, la polarizzazione sociale e la disinformazione.
I rischi economici (recessione, inflazione, bolle speculative) registrano l’aumento più consistente nelle previsioni biennali, alimentati dalle tensioni geo-economiche. La polarizzazione sociale si colloca al 4° posto nel 2026 e al 3° nel 2028; la disuguaglianza è al 7° posto nelle previsioni biennali e decennali, ed è stata selezionata come il rischio più interconnesso, capace di alimentare altri rischi a causa dell’indebolimento della mobilità sociale.
Gli esiti negativi dell’IA mostrano la traiettoria più netta, passando dal 30° posto nelle previsioni biennali al 5° posto in quelle decennali, riflettendo l’ansia per le implicazioni sui mercati del lavoro, sulle società e sulla sicurezza.
Questi dati si intrecciano con l’analisi sull’autoritarismo competitivo la polarizzazione, la disuguaglianza e la disinformazione che non sono solo sfondi sociali, ma fattori che alimentano direttamente la crisi delle democrazie liberali e la vulnerabilità alle narrazioni autoritarie. La polarizzazione nelle nostre società è anche questo: la difficoltà di costruire spazi comuni e la tentazione di chiudersi in bolle identitarie o ideologiche.
Europa: tra minaccia e autonomia strategica
Le relazioni dei servizi di intelligence europei indicano nella Russia la principale minaccia per l’Europa nel 2026: dall’invasione dell’Ucraina gli attacchi “sotto soglia” (sabotaggi, interferenze, operazioni non convenzionali) sono più che quintuplicati. Oltre alle tensioni per la guerra con l’Ucraina, esiste il pericolo di attacchi non convenzionali a infrastrutture critiche, reti energetiche, sistemi sanitari e portuali.
Il rapporto SIPRI e il World Economic Forum confermano che l’Europa non può più contare sulla sicurezza garantita dagli USA: la Pax Americana è finita e gli USA non sono più la sola potenza globale, pur rimanendo quella dominante.
In questo quadro, l’analisi sul destino dell’Europa (NATO, difesa comune, autonomia strategica) acquista una concretezza aggiuntiva: il riarmo europeo, l’aumento della spesa militare, le esercitazioni ibride e le riforme decisionali non sono opzioni tecniche, ma condizioni di sopravvivenza politica in un sistema internazionale sempre più competitivo e frammentato: un continente ricco di risorse, ma paralizzato dalle sue contraddizioni, chiamato a scegliere se diventare soggetto politico o restare ai margini.
3. Medio Oriente: il 7 ottobre e Gaza
Il 7 ottobre 2023 ha segnato uno spartiacque nella geopolitica del Medio Oriente e nelle dinamiche di sicurezza globale. All’alba di quella giornata, Hamas ha lanciato un attacco a sorpresa nel sud di Israele, uccidendo in maniera efferata circa 1.200 civili, e prendendo in ostaggio oltre 250 persone.
In risposta, Israele ha dichiarato guerra a Hamas e ha avviato pesanti bombardamenti sulla Striscia di Gaza, imponendo un “assedio totale” che ha causato almeno 70 mila morti, per lo più civili, e lo sfollamento forzato di quasi due milioni di persone: una “faglia” che ha destabilizzato l’intero quadro mediorientale, estendendosi poi al Libano e in Iran.
Da un lato c’è la dimensione e il fattore umano: la violenza contro i civili, le infrastrutture rase al suolo, la crisi umanitaria. Dall’altro la dimensione geopolitica: la guerra di Gaza ha trasformato una crisi regionale in un nodo globale, con implicazioni per gli equilibri tra USA, Russia, Cina e materializzatisi, in seguito nelle conseguenze della guerra al regime iraniano , nella crisi dello stretto di Hormuz.
Putin ha trovato in Netanyahu il suo “alleato migliore”: la crisi di Gaza ha distratto l’attenzione internazionale dall’Ucraina e permesso a Mosca di denunciare il “doppio standard” dell’Occidente, accusato di applicare criteri diversi quando si tratta di condannare le violazioni del diritto internazionale. Gli USA, con il sostegno diretto a Israele, hanno spostato ulteriormente l’asse mediorientale, indebolendo la propria credibilità come mediatori imparziali.
La Cina nel conflitto ucraino ha offerto a Mosca un sostegno economico e diplomatico cruciale, opponendosi alle sanzioni occidentali e diventando il principale sbocco per l’energia russa, acquistando petrolio e gas, garantendo un supporto tecnologico e industriale a dual use che sostiene anche l’apparato bellico russo.
Mentre nella anarchia medio orientale sfrutta questa situazione per posizionarsi come attore “responsabile” senza un coinvolgimento militare diretto.
Gaza, come Kyiv, è un prisma attraverso cui leggere la crisi del diritto internazionale umanitario, la selettività delle condanne internazionali e la strumentalizzazione politica delle vittime: la violenza è tornata a essere un’esperienza strutturale del presente, non un’eccezione.
Sicurezza globale e cooperazione: un paradosso da affrontare
C’è un paradosso che emerge da questi dati: mentre i conflitti e le minacce ibride aumentano, le operazioni di pace multilaterali sono in contrazione. Nel 2025 erano attive 58 missioni, tre in meno rispetto all’anno precedente e, per la prima volta dal 2016, sotto la soglia delle 60, con un personale internazionale sceso a 78.633 unità (quasi la metà rispetto alle 152.803 del 2016).
Alla base di questa contrazione c’è la crescente indisponibilità degli USA a sostenere il sistema multilaterale, mentre Cina e UE non appaiono in grado, o disposte, a colmare quel vuoto. Il risultato è uno spazio d’azione crescente per le medie potenze (Brasile, Qatar, Arabia Saudita, Turchia, Emirati), che si muovono per sostituire o affiancare i quadri multilaterali perseguendo, al tempo stesso, i propri interessi nazionali.
Questo scenario rende ancora più prezioso il ruolo della cooperazione “dal basso”, delle reti della società civile e delle testimonianze dirette in un mondo dove il multilateralismo si indebolisce, la cooperazione internazionale e il volontariato intesa come presenza, documentazione e collegamento tra società civili diventa un presidio di umanità e di memoria e un fattore di diplomazia e resilienza politica.
4. Ucraina, Europa e “secolo fragile”
Viviamo il paradosso di un Occidente con una cultura ossessionata da un complesso di colpa perenne e ipercritica verso i suoi valori e le sue istituzioni, mentre i suoi avversari combattono proprio le libertà politiche che l’Occidente dà per scontate e sottostima: pluralismo, suffragio universale ,separazione dei poteri, società civile, diritti , tutela dalle persecuzioni , garanzie penali e libertà di associazione e di espressione.
Popoli come quello ucraino rischiano la vita per questi valori, spesso alzando bandiere europee, mentre in Occidente cresce la “secessione del popolo dalle sue istituzioni” e si profilano nuovi compromessi autoritari tra massa e potere.
Sul piano europeo, il destino della difesa e della sicurezza e quello dell’Europa politica sono oggi intrinsecamente legati: in un contesto di “collasso e anarchia internazionale”, una politica militare e di difesa è conditio sine qua non per una proiezione esterna dell’Europa.
L’UE è chiamata a diventare una “potenza normativa” e una “potenza civile” con forti strumenti economici e diplomatici, ma deve affrontare la consapevolezza che nessuna delle grandi potenze vecchie o neo-imperiali ha interesse oggi a un soggetto politico europeo forte.
La nostra epoca non è solo segnata da conflitti, ma da una fragilità strutturale: delle istituzioni, delle democrazie, della memoria stessa. È in questa fragilità che appaiono urgenti le riflessioni sulla responsabilità individuale e collettiva.
Con questa sintesi non si vuole chiude il discorso, ma porre domande cruciali che restano aperte:
– Fino a che punto l’Europa riuscirà a trasformarsi da “mercato comune” a soggetto politico in un contesto di sicurezza globale sempre più competitivo e militarizzato?
– Quale sarà il prezzo umano e politico del ritorno delle sfere d’influenza in un sistema in cui il controllo degli armamenti è in erosione e le operazioni di pace multilaterali si contraggono?
– Come potranno le democrazie liberali resistere alla tentazione autoritaria senza rinunciare alle proprie liberta’ e regole del gioco, in un mondo segnato da disuguaglianza, disinformazione e dalla sfida di soggetti , statuali e non, ad esse ostili?
– Che ruolo potrà avere la cooperazione e il diritto internazionale in un mondo sempre più frammentato, dove il multilateralismo si indebolisce , le Nazioni Unite impotenti e crescono le minacce di ogni tipo ibride e non , la forte polarizzazione socio economica, la riduzione degli spazi di azione della società civile a favore dei potentati politici ed economici che si caratterizzano per una ulteriore verticalizzazione del potere?
Con Osservatorio Internazionale proviamo a tenere aperti questi interrogativi, intrecciando analisi geopolitica, riflessione morale e testimonianze dirette. L’invito a chi legge è a non relegare le cronache , la storia, la memoria e le responsabilità al passato, ma a farle diventare bussole per leggere e, se possibile, orientare il presente.

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