Eumenidi

Anno 458 a.C ad Atene nel Tempio di Dioniso va in scena un evento fondativo e simbolico: un processo mitico, le Eumenidi di Eschilo.

Oreste, accusato di aver ucciso la madre per vendicare il padre Agamennone, è perseguitato dalle Erinni, divinità punitrici, e si rifugia ad Atene.

La dea Atena, protettrice della città, comprende che la questione è troppo complessa per essere affrontata da un singolo individuo o da un dio. Decide quindi di istituire un consesso di cittadini creando il primo tribunale della storia, l’Areopago.

Al processo, il giudizio finale finisce in parità. È Atena a esprimere il voto decisivo che assolve Oreste spezzando per sempre la catena delle vendette e per placare la loro ira offre alle Erinni onori, un nuovo compito e una nuovo nome: diventano le Eumenidi, protettrici della città e della giustizia.

La tragedia descrive un passaggio decisivo della storia : il passaggio dalla giustizia del sangue a quella della polis, non più la vendetta tra le famiglie, ma un tribunale, una legge e una decisione pubblica.

È questo che fa apparire Atene come una civiltà mentre il resto del mondo sembra dominato dal caos e da forze oscure. Il processo sostituisce il ciclo senza fine di colpa, vendetta e reazione che aveva distrutto la stirpe degli Atrìdi.

E qui Eschilo compie un operazione di grande lucidità e attualità  non racconta moralisticamente che Atene è  più “buona” , più “giusta”, ” più “sacra” ma che la civiltà nasce quando la forza e la violenza viene riconosciuta, contenuta e integrata nell’ordine.

Il punto di svolta è il passaggio dalla legge del clan a quella della citta’-stato, dal mito degli dei che dominano gli uomini alla città che prova a governare il mito. 

Oggi come allora assistiamo a un conflitto tra una forza distruttiva e un ordine, solo che è diventato globale.  Nella Grecia antica la violenza privata doveva trasformarsi in giustizia pubblica; oggi il problema è far valere un ordine internazionale che spesso appare più debole degli interessi privati di singoli Stati e della logica della guerra. 

Nelle Eumenidi la vendetta non riesce a fermarsi, serve un’ entità che interrompa la catena e il ciclo della violenza. Le guerre attuali mostrano qualcosa di analogo,  il diritto internazionale prova a contenere il conflitto ma arriva debole e senza potere quando ormai il danno è irreparabile.

L’elemento arcaico oggi non è il mito, ma la frammentazione del potere: Stati, alleanze, milizie, potenze regionali, propaganda, economia di guerra. Il conflitto non è solo militare; è anche una crisi dell’ordine simbolico e politico, perché non c’è un’autorità riconosciuta da tutti capace di chiudere davvero il ciclo della violenza.

Eschilo mostra che la vera pace civile nasce quando la violenza primitiva viene assorbita e trasformata in un istituzione. In condizioni di insicurezza reciproca, l’ordine politico non si limita a negare il conflitto: lo incanala, lo legittima e lo rende compatibile con la convivenza.

Le divinità da furie vendicatrici, si fannoprotettrici: la forza ancestrale non scompare, ma trova una nuova funzione regolativa.

Diritto, giustizia e pace non nascono  e non si sostengono da sole per pura etica e umanità, hanno bisogno di un fondamento. In questo senso la fondazione del diritto non è mai solo tecnica; è sempre un atto di decisione politica.

Le Erinni sono figure femminili  simboli di un ordine arcaico fondato sul sangue, sulla parentela , la colpa da scontare che si tramanda , ma anche qui avviene un passaggio decisivo: Atena non distrugge le Erinni ma le accoglie nella città. Il femminile qui non è tanto biologico o narrativo; è la forma simbolica di una potenza originaria che Eschilo mette al servizio di una riflessione sul diritto e la civiltà.

Testi attuali che affrontano temi eterni — la colpa, la giustizia, il conflitto tra forza e legge, il bisogno di salvezza. Cambiano i nomi degli dèi, i protagonisti, le forme del potere, ma restano riconoscibili le medesime tensioni di fondo dell’esperienza umana.

Attuali perche’ affrontano le stesse nostre crisi : il passaggio dalla forza alla legge, dal dominio al rispetto , dal desiderio alla misura, dal dolore alla felicità e perché mettono in scena la stessa verità fondamentale: l’essere umano non coincide mai con l’immediatezza della propria vita, ma è in tensione verso una forma che ancora non possiede.

Attuali non perché dicano cose “moderne” ma perchè, alla fine, tutto ruota attorno agli identici fondamentali dell’essere e delle comunità collettive in cui si manifesta nella storia: le pulsioni di vita e di morte, il possesso e il bisogno di sicurezza e protezione, le verita’ e la ricerca di senso; e dimostrano che le civiltà non nascono dall’eliminazione del conflitto ma dalla sua trasformazione.

Nel “secolo breve”, due guerre mondiali, il crollo degli imperi, le rivoluzioni, i totalitarismi, la Shoah, i gulag, la minaccia atomica, la fine del colonialismo e l’indipendenza di popoli e nazioni hanno evidenziato come una catastrofe collettiva sia riuscita , non era scontato, a tradursi in nuove istituzioni , nuove forme politiche e giuridiche.

Dalle violenze di massa sono emerse nuove architetture , le costituzioni democratiche, le libertà, il lavoro e l’universalismo dei diritti pur nella consapevolezza che esse hanno convissuto, contraddicendosi, con il protrarsi di situazioni di dominio, sfruttamento e controllo di popoli e risorse.

In questi primi decenni tormentati del terzo millenio, non sappiamo se i tentativi riusciranno, ma un nuovo ordine, se nascerà, nascerà sempre dalle crisi non dalla quiete, un ordine capace di convertire la forza.

La sfida resta immutata: creare forme , leggi e istituzioni in grado di contenere e assorbire i conflitti più radicali e profondi, restituire alla memoria collettiva dei popoli una legalità che impedisca alla violenza di ripetersi in un ciclo infinito.

La pace non è semplice soppressione del conflitto, ma un processo politico che se vuole affermarsi dovrà rimettere in discussione il nodo irrisolto della sovranità intoccabile dei singoli stati a favore di una responsabilità globale e di principi di giustizia internazionale senza doppi standard che ne minano la credibilità.

Dalla antica Atene la storia giuridica e filosofica che abbiamo attraversato dimostra che l’evoluzione dei sistemi si gioca su un equilibrio molto più complesso, non si amplia una volta per tutte, ma nel faticoso, precario e mai scontato esercizio di limitare sempre il potere e l’arbitrio.

È in questo incessante sforzo di mediazione che la libertà cessa di essere un concetto astratto e si fa prassi civile; ed è in questa continua messa in discussione che risiede, in ultimo, l’unica vera misura della nostra civiltà.


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