Date parole al dolore: il dolore che non parla, sussurra al cuore oppresso e gli ordina di spezzarsi. – William Shakespeare , Macbeth
Dobbiamo imparare a vivere insieme come fratelli o moriremo insieme come stolti. – Martin Luther King
Se guardassimo la storia con lucidità, vedremmo una verità che non possiamo ignorare né rimuovere: le guerre e i conflitti hanno rappresentato la regola e la consuetudine per la maggior parte della storia umana nel corso dei secoli.
La pace in Europa dal 1945 è stata una condizione inedita nata dalla visione di Monnet, Schuman e Adenauer e progredita dalla Comunità economica del carbone e dell’acciaio fino all’Unione Europea, garantita dalla Nato, dalla costruzione del welfare, da un compromesso tra capitale e lavoro e tra Stato e mercato, oltre che da un ordine internazionale costruito sulla cooperazione e il diritto.
Da qualche anno questa realtà è in pericolo: la guerra è tornata e il sistema che aveva garantito stabilità sembra sul punto di sgretolarsi per una serie di concomitanze, non da ultimo il riposizionamento dell’America di Trump in chiave antidemocratica e imperialista, ammiccando alla Russia e alla Cina con l’obiettivo esplicito di demolire e svilire le istituzioni internazionali e di indebolire e dividere l’Unione Europea.
Come scrive Vittorio Emanuele Parsi, nel ritorno di un’epoca dominata dagli imperi, la pace non è più un diritto ma una concessione; la sicurezza non è più garantita dalla legge ma dalla benevolenza — sempre revocabile — di chi detiene la forza.
Il conflitto in Ucraina, il riemergere di conflitti regionali e civili, la nuova carneficina israelo‑palestinese, che ha assunto tratti apocalittici nel senso di «rivelativi» di brutali e non ricomponibili fratture profonde di quelle terre, fino al recente confronto con l’Iran, dimostrano quanto fragile, disarticolato e generatore di violenze sia oggi lo stato delle relazioni internazionali con conseguenze umanitarie drammatiche.
Ogni caso presenta cause, attori e responsabilità diverse: confonderli significa perdere gli strumenti necessari per comprendere e intervenire.
L’Ucraina rappresenta un’aggressione su larga scala da parte di una delle maggiori potenze militari mondiali contro un altro Stato sovrano e democratico, con obiettivi geopolitici espliciti, bombardamenti sistematici sulle infrastrutture civili grandi movimenti di truppe ed eserciti.
Nel nuovo conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran non si tratta solo di uno scontro tra Stati, ma dell’intera regione: coinvolge alleanze, milizie, rotte energetiche e dispositivi di sicurezza, e contribuisce a rendere più fragile l’ordine già precario del Medio Oriente, dove gli Stati Uniti sotto Trump oscillano nella più assoluta imprevedibilità tra contenimento, deterrenza e gestione dell’escalation.
Il Sahel e il Corno d’Africa sono, a loro volta, aree di insicurezza cronica, alimentate da instabilità statale, gruppi armati jihadisti, cambiamenti climatici e fragilità economiche.
Queste differenze tra alcuni dei conflitti presenti nell’emisfero nord e nell’area mediterraneo-asiatica non sono accademiche: determinano le risposte possibili, le responsabilità giuridiche e le scelte di politica estera e di sicurezza. La gestione di un’aggressione di una potenza impone misure diverse — sanzioni, rafforzamento delle difese collettive, sostegno all’integrità territoriale — rispetto a quelle richieste dalla lotta contro gruppi armati in una situazione di anarchia istituzionale dove prevalgono operazioni mirate di antiterrorismo, intelligence, embarghi mirati su i finanziamenti e cooperazione di polizia internazionale
In questi anni tutti hanno parlato della crisi del diritto internazionale e delle Nazioni Unite. E con ragione. Il Consiglio di sicurezza è bloccato: le risoluzioni vengono paralizzate dai veti; le clausole di protezione dei civili non vengono applicate; i meccanismi di responsabilità — come le indagini della Corte penale internazionale — restano inefficaci quando gli Stati più potenti non riconoscono la loro autorità. La Convenzione di Ginevra viene violata con regolarità. Il sistema internazionale ha mostrato la propria incapacità di impedire la violenza e di proteggere le vite.
L’ordine internazionale non funziona, ma non esiste un sovrano capace di decidere davvero. Il nemico e l’ostilità si sono estesi dal politico alla dimensione più intensa della vita collettiva. Il nemico è l’altro, lo straniero, qualcosa che si contrappone esistenzialmente a noi.
La guerra e la divisione amico/nemico non sono l’essenza del politico, ma sono una delle sue possibilità reali. E oggi questa distinzione si amplifica non solo nei luoghi dei conflitti più laceranti, ma anche nelle società democratiche. Persino nella polarizzazione politica l’avversario viene trattato come un nemico da contrastare e umiliare. Lo vediamo nel discorso pubblico contemporaneo e nel modo in cui i migranti vengono spesso percepiti come «nemici interni», da respingere più che persone da proteggere.
Il pericolo è che l’eccezione diventi la norma, che si affermi la diffusione delle autocrazie o delle «democrature». Quando la politica rinuncia a interpretare il cambiamento e si limita a inseguire paure e scorciatoie identitarie, produce un clima di eccezione ed emergenza permanente.
Che fare
L’assenza di una visione strategica limita la capacità di intervenire efficacemente, sia nella gestione delle crisi sia nella costruzione di alternative sostenibili. Che cosa fare, allora? Anzitutto ricostruire capacità analitiche e strutture di conoscenza e in una formazione diplomatica capace di distinguere tra i diversi conflitti e proporre risposte calibrate.
Gli interventi efficaci richiederebbero l’integrazione delle dimensioni militari, politiche ed economiche: politiche che combinino una difesa collettiva credibile, il sostegno contro le ricadute inflazionistiche e le guerre commerciali, difendere l’informazione libera, perché contrastare le manipolazioni tecnologiche e la disinformazione oggi è parte integrante della sicurezza.
Promuovere l’indipendenza della Corte penale internazionale e riformare il Consiglio di sicurezza per ridurre la paralisi dei veti, e garantire che le convenzioni siano rispettate e applicate.
Eppure, benché tanti governi, apparati e diplomazie concordino con questi obiettivi, la logica della guerra sino ad oggi è parsa incontenibile sia per la volontà politica e personale di alcuni attori di proseguire sia per freni oggettivi: la frammentazione degli interessi nazionali, la struttura sistemica del mondo sovranistico, il dispositivo coercizione militare-negoziati che attualmente manca di una pressione sufficiente per costringere gli attori a sedersi a un tavolo.
Una scelta etica
Ma per sostenere queste scelte dovremmo forse partire da un presupposto: il coraggio di mettere al centro la protezione dell’umano . Valutare ogni azione politica futura in base al suo impatto sulle persone: la riduzione della violenza, la ricostruzione fisica e morale, la cura e il superamento delle divisioni e dei traumi.
Come nella parabola dei tre anelli di Nathan il Saggio di Lessing, l’uomo non ha prove per stabilire se e quale sia il bene e l’idea giusta. Il valore non è dato da dogmi astratti o rivelati ma da ciò che rende l’uomo migliore e una vita autentica.
Perché, oltre alle analisi e alle strategie, c’è una questione che non può essere dimenticata, un postulato a priori: il valore della vita umana. In ognuno di questi conflitti troppe persone sono state uccise. Troppe vite cancellate. E ancora più doloroso è l’accanimento contro gli inermi: i bambini, le famiglie, i civili.
È una sofferenza che scava in profondità, segna i corpi e le menti e si trasmetterà da una generazione all’altra. I figli crescono nel trauma della perdita; le comunità portano il peso della memoria; le società si frammentano sotto un dolore umano che non si dissolve. Sarà l’eredità più pesante che lasceremo alle generazioni future, se e quando questi conflitti si esauriranno.
Le azioni che guidano la politica non possono essere solo misure tecniche sono una scelta etica che definisce ciò che vogliamo e che vorremo essere. In fondo, la domanda non è solo come proteggerci dalle guerre, ma che tipo di umanità vogliamo costruire per gli anni a venire.
Viviamo una fase storica di trasformazioni profonde: il nuovo equilibrio geopolitico, l’accelerazione tecnologica, il consolidarsi di autocrazie, la transizione energetica e l’emergere di forme di potere economico e finanziario prima impensate.
Eppure, davanti a trasformazioni di tale portata, fatichiamo a leggere il tempo storico che stiamo attraversando. Continuiamo a interpretare il presente con categorie residue di una stagione conclusa alle quali affianchiamo chiusure e riaffermazioni identitarie, commemorazioni e riti , nostalgie di un mondo che forse non è mai esistito.
Attenti al riordino di stantii equilibri interni, mentre la sfida è la capacità collettiva di definire il ruolo che l’Europa e i sui governi potranno avere in un mondo segnato dalla competizione tra modelli politici ed economici profondamente diversi, perche oggi i confini e gli strumenti della politica nazionale non bastano più per affrontare problemi che sono ormai continentali e globali.
Chi oggi si compiace della crisi delle relazioni trai i paesi occidentali, della crisi delle istituzioni multilaterali, del G7 o del G20, facendosi portavoce delle sofferenze dei «dannati della terra» o interprete del Sud globale, non sa cosa lo aspetta nel futuro, perché fuori da questi meccanismi di condivisione e confronto , di accordi e di patti per quanto compromissori, non vi sarà una giustizia internazionale ma soltanto la pura logica della forza degli imperi senza mediazione
Non possiamo essere semplici sismografi che registrano le paure dell’opinione pubblica o compiacersi, in una sorta di rispecchiamento, della narrazione che l’uditorio o le nostre basi sociali vogliono sentirsi dire; non basta rassicurare con retoriche pubbliche.
C’è stato un momento, storico ma non remoto, in cui una classe dirigente nazionale — politica e della società civile — non certo irenica né idealista e ben attenta alla tenuta organizzativa e alla formazione del consenso e delle alleanze, sapeva però proporre anche un’interpretazione e una chiave di lettura dei processi politici.
Mario Draghi ha ricordato a tutti che nella storia “per la prima volta siamo davvero soli, insieme”.
Questi tempi necessiterebbero, come i Liberi e Forti di sturziana memoria, di una politica e di una società civile che tornino a essere capaci di leggere il proprio tempo, avere una visione, trovando il coraggio di agire come vera comunità politica.
Dobbiamo attrezzarci a costruire una bussola nei tempi bui, avere il coraggio di dire verità scomode e difficili; su questo si misurerà la forza, la serietà e la lungimiranza di una classe dirigente: ripensare le istituzioni e le pratiche politiche su scala sovranazionale su difesa, politica estera, energia e regole del mercato digitale e aggiornare gli strumenti del welfare, perchè protezione sociale e resilienza economica sono pilastri dell’economia sociale di mercato e fondano la capacità di resistere alle crisi.
La pace non è stata un dono, un caso fortuito della natura e della storia, ma un costrutto umano, politico e fragile. Ricostruire il diritto internazionale e il diritto umanitario, rafforzare la responsabilità pubblica europea e degli Stati: tutto questo serve anche a dire che la vita umana è una priorità, che le persone non sono mezzi e strumenti, che la democrazia, le libertà e le istituzioni che le rappresentano sono valori universali non negoziabili.
Saremo capaci di vivere con la verità scomoda che la pace è un’eccezione che dobbiamo costruire e preservare ogni giorno? Saremo capaci di accettare che la responsabilità politica e la tutela delle nostre democrazie non sono un costo, ma l’investimento necessario per preservare la nostra futura comunità?
Se sapremo essere coerenti, nel fare, con queste premesse, l’eccezione della pace potrà diventare non solo possibile ma duratura. Altrimenti resteremo figli di un’epoca che ha scelto la violenza, la guerra e il conflitto permanente e perderemo non solo la pace ma la nostra integrità.

Lascia un commento