Se non ora,quando?

In autunno dovrebbero, vista la situazione il condizionale e’ d’obbligo, tenersi le elezioni politiche generali in Israele.

Anziche’ dividersi, spendere energie in tensioni, contrapposizioni, declamazioni ideologiche e posizionamenti che incidono nulla, la societa’ civile e la politica italiana cosa sta facendo per sostenere l’opposizione a Netanyahu?

Per sostenere le decine di associazioni pacifiste israeliane e binazionali che non si limitano a protestare ma aiutano i palestinesi nei Territori contro i soprusi dei coloni e l’Idf? Realtà che non sono un invenzione della propaganda, ne ha scritto il settimanale VITA in una bella pubblicazione #L’Antidoto.

Sono israeliani e palestinesi che già molto tempo prima del 7 ottobre 2023, prima dell’attacco di Hamas, prima che la Striscia di Gaza fosse rasa al suolo dall’esercito israeliano, avevano compreso quale fosse la strada non solo per vivere, ma per vivere insieme sulla stessa terra.

Si e’ sempre detto che Netanyahu ha giocato di proposito nel fomentare le divisioni tra Hamas e Autorita’ palestinese, ma cosa e’ stato fatto per sostenere l ‘Anp?

Oltre a comunicati stampa ogni volta che accadono fatti come il trattamento violento e umiliante nei confronti dei militanti della Flotilla ( e non e’ la prima volta che accade ) oltre all’indignazione , oltre a riportare le proteste, una politica con una visione e un quadro di insieme, prima di tutto non avrebbe il dovere di sostenere con atti politici e responsabilita’ altri processi e prospettive?

Cosa stiamo facendo per sostenere quel mondo ebraico italiano dissidente esemplificato da figure come Gad Lerner, Anna Foa, Gabriele Nissim ma anche di tante altre persone meno esposte e che si sentono messe ai margini e senza voce intimorite da una stigma e un odio che non meritano?

Ma anche quale vantaggio politico e risolutivo per il conflitto si pensa di trarre dall’ evidente isolamento in cui si trovano le Comunità ebraiche ?

Se non abbiamo la capacita’ di distinguere e discernere consegniamo la capacita’ di azione solo ai Netanyahu e ai suoi accoliti.
Facile fare quotidiano esercizio di indignazione e puntare il dito gridando alla “complicità” del mondo occidentale intero.

Ma il 30 aprile si è svolto all’Expo di Tel Aviv il terzo People Peace Summit a cui ha partecipato non previsto anche il Cardinale Pizzaballa, un evento che ha mostrato che esiste da tempo un fronte trasversale di migliaia di persone , tra ebrei e arabi, mobilitato per chiedere la fine dell’occupazione dei Territori e la nascita di uno Stato palestinese.

Ma chi parla , chi dovrebbe parlare e sostenere quel mondo ? chi sono in quei luoghi gli interlocutori politici e sociali dei movimenti e le reti internazionali di sostegno alla causa palestinese?
chi sono i soggetti di una possibile mediazione? li abbiamo mai cercati veramente?

A meno che tutti diano per scontato che ormai la partita democratica in Israele e’ persa e che non resta che la contrapposizione e lo scontro frontale, sono in tanti a pensarlo.

Ma la geografia e la demografia parlano piu’ di molte analisi, da Gaza a Telaviv ci sono 80 km , da Ramallah a Hebron passando per Gerusalemme meno di due ore d’auto.

In quella area di 27mila km quadrati , un terzo desertico , un area grande come due regioni italiane o poco piu’ , o due popoli di 16 milioni di persone , quasi a metà tra popolazione ebraica e popolazione arabo-palestinese troveranno una forma di co-esistenza, in un conflitto ormai secolare arrivato ad un livello di violenza sistemica e di massa altrimenti sara’ la guerra fino all’ultimo, perche’ nessuno andrà altrove.

Posto che non siamo ad un livello in grado di incidere sulle scelte degli attori internazionali e sulla diplomazia mentre le organizzazioni umanitarie fanno il loro mestiere di aiuto e di denuncia, tutti gli altri fanno e dicono quello che non serve e non fanno che potrebbe incidere e influenzare realmente.

Se non è la società civile internazionale esterna rispetto al conflitto in corso, chi dovrebbe tentare di creare occasioni per abbassare la tensione e le escalation, mantenere i contatti e ri-costruire i ponti? creare le precondizioni di possibili tregue?

Si tratta di avere il coraggio politico di sostenere le parti che , sebbene minoritarie, con grande coraggio provano a declinare un’altro piano , un’altra narrazione, cercando di affrontare un conflitto lacerante senza rompere il filo del dialogo e del confronto non violento, pur nella enorme difficoltà di una totale assimetria di potere , diritto e forza tra israeliani e palestinesi

Proprio al People Summit di Tel Aviv il Cardinale Pizzaballa ha detto :

“C’è ancora speranza in questa terra. È necessario coinvolgere la società civile. Non si può, ad esempio, pensare di ricostruire Gaza senza la partecipazione dei gazawi.

La prossima generazione non avrà pace se non cominciamo a lavorarci da adesso. Magari non riusciremo a farla, ma saremo il mal di testa di coloro che non la vogliono. Non possiamo lasciare che a narrare questa storia siano i più violenti di entrambe le parti.”

Solo assumendo questo punto di vista, solo sostenendo questa strada, spes contra spem, vedremo apririsi uno spiraglio di luce. Non vi è una strada alternativa ad un radicale cambio di pardigma se non si vuole proseguire in una prospettiva e in una spirale autodistruttiva.

Se non ora quando?


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