Sono passati ormai due anni da quando abbiamo iniziato a raccontare, da queste pagine, le guerre infinite, il dissolversi dell’ordine mondiale, gli eccidi senza limiti, la moltitudine di morti inique.
Si avverte la debolezza e l’insufficienza di una politica in cui la diplomazia appare accantonata, mentre la reazione della società civile — complice la progressiva riduzione degli spazi civici di agibilità e interlocuzione — non va oltre la diffusione di messaggi, appelli, indignazione ed esortazioni.
Le cronache dei contatti e dei colloqui, diretti o indiretti, tra le parti appaiono come brevi pause tra una fase del conflitto e quella successiva; tregue e trattative che sembrano non arrivare mai perché, in realtà, non si vogliono fino in fondo, aspirando alla vittoria totale sul nemico.
Nell’attuale scenario internazionale si sono confermate alcune linee delle trasformazioni e delle sfide in corso :
La polarizzazione politica ed economica: un antagonismo tra blocchi geopolitici e la mancanza di un ordine condiviso che accentuano l’instabilità e la difficoltà di prevenire escalation regionali e globali.
La “normalizzazione” della guerra: una lunga fase di convivenza con il conflitto armato diventato dimensione ordinaria della politica in assenza di un cambio di paradigma.
La dimensione sicuritaria: una risposta alla richiesta di sicurezza e di riarmo, in bilico tra deterrenza, rischi di escalation e necessità di cercare nuove forme di confronto e sicurezza collettiva
La crisi delle dell’ordine e delle democrazie liberali: intese come forme di governo che hanno trovato fondamento e legittimazione del proprio potere nel consenso democratico dei loro cittadini, in un sistema legale di vincoli e controlli sul proprio operato e che si erano progressivamente affermate ed estese in molte aree dopo il secondo conflitto mondiale e dopo la fine della guerra fredda.
In questa fase di transizione diventano fondamentali la resilienza sociale e la capacità di adattamento. Ma per riuscirci dobbiamo guardarci onestamente e fare un discorso di verità.
Abituati alla retorica che chiude ogni nostro articolo, analisi o discorso con una nota positiva sulla democrazia, abbiamo paura di ammettere che finora l’opzione democratica e di soluzioni pacificatrici sono state sconfitte.
Nulla è perso, ma è opportuno chiedersi cosa rimane dopo le regressioni politiche e culturali che abbiamo attraversato.
Gli studi indicano che la guerra non solo erode direttamente le istituzioni, con un calo misurabile della qualità democratica ma agisce anche come catalizzatore per trasformazioni strutturali profonde.
La guerra tende a restringere gli spazi di libertà e a imporre una logica di emergenza che, nel tempo, altera gli equilibri democratici. Questa dinamica riflette la difficoltà, per le democrazie, di mantenere inalterata la propria architettura di diritti e trasparenza quando le priorità si spostano verso la sicurezza e la contrapposizione permanente
Alcuni analisti suggeriscono tuttavia che il rischio maggiore non sia rappresentato tanto da minacce esterne, quanto da una sorta di implosione interna. In questo contesto complesso, la sfida per le democrazie non è solo quella di resistere alle pressioni delle autocrazie, ma di ritrovare la coesione interna necessaria per prevenire un deterioramento dei propri valori fondamentali, proteggendoli.
Stiamo vivendo un momento di cambiamenti strutturali che mettono tutto e tutti in discussione, alimentando paure, speranze, insicurezze e visioni distopiche. Mutamenti che ci interrogano sull’importanza della natura e delle fonti di informazione su aspetti decisivi dell’economia, del commercio e della globalizzazione.
Elementi, questi, che hanno un ruolo determinante nella costruzione di un senso comune e nel posizionamento politico sia dei partiti che della società civile. Non a caso, le forze ostili alle democrazie stanno investendo risorse immani — uomini e mezzi — nella disinformazione: una guerra ibrida per costruire un consenso prepolitico sulle scelte strategiche di un Paese.
Gli stati assoluti posero fine alle guerre civili e religiose europee nel XVII secolo perché riuscirono a imporre la pace avocando a sé il monopolio della forza: disarmarono le fazioni e stabilirono sistemi legali e giudiziari unificati.
Thomas Hobbes diceva: “Auctoritas non veritas facit legem” (l’autorità sovrana, non una verità astratta, dà forza alla legge), autorità che può essere vincolante solo dove esiste un potere comune in grado di farla applicare.
Dove si trova oggi la dimensione di un possibile sistema di potere comune internazionale?
La fine di un’epoca storica, le crisi globali e le guerre totali ci rendono testimoni e protagonisti di un tempo unico. Potremmo elencare pedissequamente una serie di azioni che appiono urgenti: dalla riforma del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite con un diritto di veto limitato solo ad alcune ambiti , al mandato rafforzato per le forze di pace; dall’effettività dei provvedimenti della Corte Penale Internazionale, alla promozione di politiche di decoupling strategico per ridurre la dipendenza da Stati ostili sino alle sanzioni selettive sulle risorse strategiche.
Tutte azioni che possono essere uno strumento potente sopratutto se li si inscrive in un quadro di trattati multilaterali e non solo come mere azioni di ritorsione parziale.
Rimangono però in premessa domande ancora senza risposta: chi sono gli attori legittimati a intervenire? Chi è oggi il soggetto politico della mediazione? Dagli Usa ai Paesi del Golfo, da Kyiv a Mosca, da Pechino a Islamabad la partita si gioca su tavoli e livelli diversi.
La soluzione di un conflitto appare quanto mai distante dal raggio della possibile azione delle società civili. In questo scenario tuttavia esse possono essere protagoniste di una sorte di mediazione culturale e normativa, insistendo sulla traduzione dei diritti umani in vincoli giuridico-politici, agendo come “corpo intermedio” di pressione, opinione e monitoraggio, incidendo sulla legittimazione interna e sulla percezione pubblica delle politiche.
Ma bisogna al tempo stesso riconoscere, senza infingimenti, che oggi solo una nuova dimensione pattizia, di accordo tra Stati e soggetti internazionali che assumano il monopolio e la legittimità dell’uso della forza, potranno definire le tregue e la pace, contenere, con la diplomazia e la deterrenza, le volontà di potenza e di dominio che si si sono manifestate in questi anni con una accellerazione continua, mettere in atto strumenti e apparati in grado di rendere effettivo un nucleo di diritti fondamentali civili, sociali e del diritto umanitario internazionale, applicarli e difenderli a garanzia di un sistema di tenuta della pace nel futuro.

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