Noi e il Golgota nei giorni di Bucha

Gli eventi che il cristianesimo, in tutte le sue varie declinazioni e confessioni, ricorda in queste settimane si svolsero in una terra chiamata allora Regno di Giudea, sotto la dominazione romana, al tempo dell’ imperatore Tiberio.

Avvennero a Gerusalemme indicativamente tra il 31 e il 33 dc. in occasione delle feste ebraiche degli azzimi e la Pesach , la Pasqua, che celebrano la liberazione e l’esodo degli ebrei dall’Egitto.

Gesù era ebreo e parlava l’aramaico ; nella sua lingua si chiamava Yeshu’a – Yehoshu’a ; nei Vangeli , scritti in greco, era detto Christòs, il Cristo, traduzione dell’ebraico māšīāh, il Messia, cioe’ “l’unto”, “il prescelto” , dato che nell’antico medioriente era d’uso consacrare re, sacerdoti e profeti con l’unzione di oli aromati. Fu ad Antiochia in Siria, dove arrivo’ San Paolo, che dagli anni 40 d.c. i suoi discepoli cominciarono ad essere chiamati cristiani.

Parliamo degli eventi della Settimana Santa, che rievoca gli ultimi giorni di Cristo dall’ ingresso trionfante a Gerusalemme, al processo fino alla Croce.

Padre David Maria Turoldo, sacerdote teologo e resistente antifascista nella poesia “A stento il nulla”, scriveva “No, credere a Pasqua non è giusta fede: La Fede vera è al venerdì santo quando Tu non c’eri lassù!”.

L’ assenza apparente di Dio sulla croce, rendono la fede più autentica,radicata nel dubbio e nel dolore, dove credere è atto profetico di fronte al nulla del mistero e di una morte tragica.

Il cristianesimo trova cosi’ il suo atto di nascita non nella certezza ma nel momento culmine di dubbio radicale e abbandono di Dio.

In questi giorni Gerusalemme , la sua Citta’ Vecchia, e’ vuota e spettrale, i suoi luoghi santi e le sue piazze chiuse.

Cosi’ nel tempo attuale delle “guerre totali”, il Monte Calvario , il Golgota (che in aramaico significa il luogo del teschio) luogo della crocefissione sopra il quale e’ poi stata elevata la Basilica del Santo Sepolcro, si rafforza nel suo essere simbolo paradossale dove Dio e’ entrato nella storia umana nella forma estrema della sofferenza e dell’ingiustizia, per redimere proprio da lì il mondo.

Luogo di un paradigma inverso, di chi si riconosce nella debolezza , nella fragilita’, dove la violenza politica raggiunse il suo culmine ma nello stesso tempo venne trasfigurata in un atto di amore sino al sacrificio.

Il 7 giugno 1979 nel corso del suo primo pellegrinaggio nella Polonia comunista, in un mondo diviso ancora dalla Guerra Fredda, Giovanni Paolo II uso’ esplicitamente l’immagine del Golgota per leggere Auschwitz: nella sua omelia a Birkenau chiama il campo di sterminio “Golgota del mondo contemporaneo”.

Il Papa si inginocchio’ sul terreno riconoscendo in quel luogo il grido dell’uomo martoriato , grido che «deve portare frutti per l’Europa», cioè tradursi in una cultura della memoria, dei diritti e della pace, perché la storia non ripetesse simili orrori.

Avrebbe dovuto…

Negli stessi giorni in cui ricordiamo la scoperta dei massacri perpetrati dalle truppe russe e le fosse comuni di Bucha in Ucraina, il secondo luogo , dopo Srebrenica, di esecuzioni di massa e genocidi avvenuti in Europa dopo il 1945, il Golgota appare cosi’ simbolo di una eterna violenza sistematica assunta ed esposta nuda, senza essere coperta da inutile retoriche e giustificazioni.

Se Auschwitz ci obbliga a dire “ mai più “, Bucha ci dice che il Golgota del mondo contemporaneo non è finito, ma continua finché si permettera’ che la logica della guerra totale, della disumanizzazione e dell’impunità si ripetano.

Il punto cardine è che i luoghi di ogni strage , massacri e genocidi nel mondo dall’Ucraina al Medio Oriente, da Gaza al Sudan al Rwanda, da Kabul sino alla scuola iraniana di Minab, non possono restare solo dolore e memoria ma diventare luoghi dai quali ritentare una nuova conversione all’umano, alla difesa dell’ integrita’ e intangibilita’ della persona e dei diritti e sostenere la ricostruzione delle comunità , della verità e della vita.

Un auspicio , un esortazione che in questi anni troppo spesso e’ apparsa, come Giovanni Il Battista, una voce che grida nel deserto, ma un richiamo necessario e un imperativo etico ad incarnare una nuova speranza pasquale, cioe’ di liberazione: lavorare per costruire le condizioni di una pace giuridicamente e moralmente solida e giusta capace di fermare e liberarci dal male prima che diventi un nuovo Golgota.

La crocifissione ci invita a leggere il male oggi , non come dato necessario ne’ come “stato di eccezione”, ma a riconoscerlo come colpa degli uomini in un mondo storico segnato da responsabilità collettive, scelte, omissioni e strutture di potere violente e inique e si potra’ superarlo solo assumendosi il compito di iniziare a cambiare processi, pratiche , leggi e relazioni, con atti politici nazionali e internazionali di coraggio, verita’ e giustizia.


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