L’assemblea a Milano dell’Associazione Persona e Comunità promossa dalle Acli Milanesi e fondata da Giovanni Bianchi è stata occasione di un dibattito a piu voci da Marco Tarquinio a Chiara Tintori e Tommaso Vitale intorno alla sfide della politica.
Ma al di la’ delle contingenze e delle urgenze che segneranno il dibattito pubblico e le scelte dell’ agenda milanese del prossimo anno, questi eventi danno l’opportunità di confrontarsi su temi fondativi che riguardano il senso e il significato dell’agire politico oggi nel ventennio del nuovo secolo.
Le stesse drammatiche vicende internazionali non sono state che un acceleratore e catalizzatore di processi in corso da tempo.
Bisogna innanzitutto avere consapevolezza che un ciclo storico si è definitivamente concluso. Come scrive Gabriele Segre , è inutile cercare di invocare il rispetto di un sistema del passato che non sembra più in grado di attivarsi. Le funzioni dell’ ordine precedente non ritorneranno allo stato originario.
Multilateralismo e diritto internazionale non sono in crisi per esclusiva colpa di un singolo soggetto ma l’ostilità e la violenza armata di stati e potenze hanno riempito con la forza un vuoto perchè le trasformazioni del mondo hanno reso quegli strumenti incapaci di funzionare come prima.
Occorrerebbe darsi un tempo per un discorso di verita’ sulla storia, la comunita’ politica e il suo destino.
La democrazia è il regime più fragile e insieme più autentico, perché fonda la comunità non su un’identità stabile, ma su un destino condiviso, aperto.
Per pensatori come Jean‑Luc Nancy, la democrazia è “lo scandalo dell’essere‑insieme senza fondamento”: essa non si regge su un fondamento metafisico, religioso, mitico superiore che giustifichi l’ordine sociale e garantisca la comunità.
La democrazia è la comunità che si fonda solo su se stessa, sul semplice “essere-con”.
La sua verità non è un’essenza nascosta, ma ogni decisione politica passa attraverso il conflitto, la discussione e il riconoscimento reciproco.
Per questo la democrazia è sempre in pericolo: quando si sostituisce la discussione con una presunta identità “naturale” (nazione, tradizione, etnia, classe), si perde la verità politica e si apre la strada al totalitarismo.
Certo forse l’idea di conoscere la propria verità e’ illusoria, non esiste una parte più vera o più autentica di noi che sia immutabile e separata dagli altri ; forse esistiamo per chi esiste per noi, nei modi in cui noi vediamo gli altri e l’altro ci vede.
Come dicevano Sartre e Merleau-Ponty: l’io si forma nel “per gli altri”, in quel flusso di percezioni reciproche che ci definiscono.
Mentre Emmanuel Levinas descrive l’incontro con l’Altro – attraverso il suo “viso” nudo e vulnerabile – come gesto che interrompe l’egoismo del soggetto , un comandamento etico incondizionato: quel “Non uccidere” che ci rende responsabile della sua miseria e fragilità.
Il pensiero di Levinas offre strumenti etici preziosi per leggere le guerre contemporanee come dimostrazione della negazione del “viso” dell’Altro, ridotto a nemico da annientare.
Droni e missili rendendo anonimo il volto delle vittime, permettono di trasformarle cosi’ in una falsa minaccia ontologica, eco di quella “guerra totale” che Levinas, ebreo lituano, visse in prima persona durante il nazismo.
Pensieri che gridano un’urgenza morale contro i conflitti che infuriano con centinaia di migliaia di vittime civili ridotte a mero computo numerico di una logica bellica che pare inarrestabile.
In questi anni, il combinato disposto della globalizzazione, della fine dei vecchi equilibri geopolitici internazionali hanno provocato il completo dissesto della politica internazionale.
Un intero sistema di relazioni di rapporti tra stati , di egemonie politiche ed economiche si è progressivamente dissolto in un quadro in cui nessuna governance ha sostituito l’equilibrio della guerra fredda e dove gli Usa alla fine si sono dimostrati un impero la cui crisi di leadership e credibilità ha finito con l’accentuarne i punti di rottura.
Mentre le guerre in corso sulla sponda sud del mediterraneo che da anni sta vivendo una vera e propria crisi sistemica e di rovinosa destrutturazione delle istituzioni statuali e della società civile e di una guerra civile diffusa, hanno provocato centinaia di migliaia di morti, milioni di profughi e stati e comunità in completa dissoluzione.
E alla fine la rielezione negli Usa di Trump , di cui ben più rilevanti e di lungo periodo potrebbero essere le conseguenze , perché la secessione del popolo e di una parte consistente della fasce intermedie della società, che ne hanno determinato l’ascesa, la poderosa ridislocazione di poteri e rappresentanza di interessi che ne potrebbero seguire, sembrano consolidare letteralmente sotto i nostri occhi, i contorni di un nuovo assetto, di una delle possibile risposte dalla crisi posta dai processi di globalizzazione di questi anni.
Se nel “secolo breve” dalla seconda guerra mondiale emerse un compromesso keynesiano tra stato e mercato , oggi si profila un nuovo rapporto tra le libertà , i sistemi complessi e l’economia globale , dove alcune delle garanzie, dei diritti e delle procedure, della distinzione e degli equilibri di potere, della democrazia stessa che abbiamo sin qui conosciuto, potrebbe arretrare sensibilmente verso nuove ed inedite forme di autoritarismo , di fronte ad un nuovo rapporto tra masse e potere. Lo vediamo già in atto.
Il tutto in cambio di un processo di inclusione della “gente” che avverrebbe non con l’ampliamento della sfera dei diritti e delle responsabilità e dell’emancipazione , ma solo su un piano acquisitivo
individuale, consumistico e di accesso alle risorse : una risposta rapida e diretta a bisogni ,desideri, pulsioni e paure della società liquida contemporanea . La gestione di una rabbia che nasce dal senso di esclusione di interi corpi sociali dai processi di modernizzazione capitalista , di benessere e sicurezza più che dalla aspirazione ad improbabili alternative di sistema.
Una fase che sembra consegnare per lungo tempo al populismo su parole d’ordine allo stesso tempo identitarie e divisive, revansciste e moderne, la rappresentanza e la voce a ceti e gruppi sociali che la politica non riusciva più a raggiungere.
Sono gli stessi ingranaggi delle democrazie rappresentative che scricchiolano pesantemente di fronte alla pressione di masse che desiderano un apparente esercizio diretto del potere sollecitate dal web, dagli appelli alla ” volonta’ del popolo “, dalla consultazione continua, dalla rilevazione in diretta dell’opinione e del consenso, dalla distorsione e disinformazione operata dalla manipolazione dei social media.
Nadia Urbinati parla di democrazia sfregiata, sottolineando come tra i prerequisiti delle democrazia non basta la semplice garanzia e difesa dei pluralismo delle fonti di informazioni ma è la costruzione e costituzione stessa dell’ opinione alla base dei sistemi democratici ad essere messa in discussione.
Una forma della politica, dell’organizzazione e rappresentanza degli interessi del novecento , un certo concetto dell’occidente , si sono chiusi alle nostre spalle con un accelerazione improvvisa. Siamo entrati ormai con il corpo e con la mente nel secolo nuovo.
I flussi informativi che ci attraversano e su i quali i giovani e le nuove generazioni formano le loro identità, hanno provocato un mutamento profondo.
Le tecnologie digitali stanno incidendo sul quadro antropologico: virtualità, connettività interattività continua, riplasmano le fonti stesse della conoscenza e le facoltà cognitive.
Come il passaggio dal verbo alla scrittura e poi alla stampa , come la rivoluzione industriale dell’ottocento, la radiotelevisione, i media, l’informatica e i microprocessori, viviamo una rottura tecnologica evolutiva epocale.
Mentre i grandi mediatori istituzionali politici ed educativi faticano a trovare un nuovo ruolo , persino il setting formativo è in crisi :
il sapere diffuso alimentato dai social ed ora dai chatbot dell’Intelligenza Artificiale fanno saltare la sacralità e l’autorevolezza del sapere ( le aule delle scuole e dell’università con al centro l’insegnante, il docente di fronte agli studenti: passa ancora da lì la trasmissione della conoscenza ? )
In questo cambio di paradigma sociale e culturale, quale formazione? che idea di sé , degli altri e delle comunità di appartenenza? soprattutto in quei contesti in cui la società multiculturale, con tutte le sue contraddizioni di vita concreta e di identità, si è già concretizzata da anni e in cui siamo oltre l’orizzonte monoculturale e mono-confessionale in cui sono cresciute le nostre generazioni.
Siamo in una terra di mezzo, affrontiamo un percorso che non ha più rotte prestabilite. Nella fasi della vita degli adolescenti, dei giovani , dei giovani adulti ( in un flusso e con scansioni di tempi di vita e di lavoro ormai indistinti ) i cambiamenti arrivano in modo immediato : si sarebbe voluto avere più tempo, per parlare,capire, trasmettere
delle esperienze. Non si può, la realtà è arrivata prima.
Non siamo pronti alla velocità di queste trasformazioni, bisogna perciò avere, non solo capacita d’ascolto, ma anche, sempre, di ridiscussione. Chi si rapporta costantemente con i giovani si rende conto di questo passaggio leggero, di questa appartenenza debole e volatile , di questo delega sempre pronta ad essere ritirata, di queste identità incerte.
E noi non possiamo limitarci a stigmatizzare , ristabilire confini o proporre operazioni nostalgiche illudendosi di tornare indietro , perché le persone che abbiamo davanti ti interpellano per quello che sono ora, non per quello che vorremmo che fossero o avrebbero potuto essere, chiedono una risposta un orientamento, un ascolto o più semplicemente chiedono di poterci essere.
Per questo la sfida educativa è centrale ed è una sfida per tutti; “ Di fronte a questi cambiamenti occorrerà trovare novità non immaginabili, fuori dai quadri desueti che formattano ancora i nostri comportamenti, i nostri media e i nostri progetti ” (Michel Serres).
Una sfida che investe in pieno soprattutto le aree metropolitane del nostro paese caratterizzate da sistemi culturali mobili e permeabili, con faglie diverse che attraversano le nostre comunità.
Anche dopo la fine delle grandi narrazioni ideologiche , delle passioni del novecento, che da alcuni è stata letta come fine della storia e della politica, le ragioni di un impegno e di una scelta di vita non sono venute meno.
Come ha scritto Aldo Schiavone, se spostiamo lo sguardo verso strati di storia più profondi e remoti ci rendiamo conto che quella politica e e quell’ adesione ideale sono sempre stati solo dei mezzi, degli strumenti attraverso i quali si cercava di realizzare una tensione e una spinta molto anteriore: l’idea che una volta eravamo soliti rappresentare come emancipazione radicale e che ora ritorna come possibilità di una conquista della propria pienezza individuale, fuori da ogni condizione di minorità precostituita, per tutti gli uomini e le donne del nuovo millennio.
Non vi è alcun motivo di abbandonare questi pensieri solo perché le vie che lo hanno reso familiare hanno esaurito il loro compito:
dare parola, tutela e difesa ai deboli , il diritto e l’emancipazione delle persone e dei popoli rappresentano un fine ancora attuale consapevoli ormai che l’umanità violata non conosce confini né geografie.
Tutto è in ridiscussione : i vecchi mondi sono tramontati ma i nuovi non sono ancora arrivati, ne scorgiamo le tracce: trasformazioni ominescenti, elementi di continuità e discontinuità si alternano tra di noi ogni giorno e i cambiamenti sono tali che forse solo alla fine quando si saranno pienamente dispiegati ne scorgeremo il profilo netto, gli elementi di valore, di continuità e di senso.

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