Il voto in Germania e la lezione di Ernst Bloch

Crisi delle democrazie, ascesa dell’estrema destra e l’attualità di un monito degli anni Trenta

Negli ultimi anni, con la crisi delle democrazie politiche, la crescita esponenziale delle forze populiste e un contesto di guerre e dissesto degli equilibri internazionali che si riverbera anche all’interno dei singoli Stati, sono in molti a riscontrare analogie politico-culturali — di Weltgeist, lo spirito del tempo — tra la nostra epoca e gli anni Venti e Trenta del Novecento.

Fu l’epoca della crisi degli imperi centrali e dei fragili Stati liberali, inadeguati a reggere l’urto dell’ingresso delle ampie masse popolari lavoratrici e delle loro istanze, della crisi economica del 1929 e delle conseguenze del primo conflitto mondiale, fattori che provocarono la nascita prima del fascismo e poi, con la caduta della Repubblica di Weimar, il sorgere del nazismo in Germania.

E proprio a pochi chilometri da Weimar si sono tenute domenica 6 settembre le elezioni regionali nel Land della Sassonia Anhalt — territori che fino al 1990 facevano parte della ex DDR, la Germania socialista — dove ha ottenuto un risultato straordinario il partito nazionalista di estrema destra AfD arrivato al 44% dei consensi.

I paragoni con gli anni Trenta ci consentono di andare a scrutare e rievocare le memorie dei protagonisti di allora, testimoni dell’affermarsi del nazismo, per valutarne analogie e differenze.

Ernst Bloch, filosofo e marxista eterodosso morto nel 1977, fu sicuramente uno dei testimoni di quel mondo. In diversi scritti, poi riuniti nell’opera L’eredità del nostro tempo, studiava i meccanismi di psicologia collettiva e sociale e i processi di seduzione delle masse verso il nazismo. Li aveva constatati personalmente negli anni Trenta quando, in un articolo del 1936 intitolato Socrate e la propaganda, aveva raccontato un aneddoto significativo (ripreso anche da Massimo Valerii, direttore generale del Censis, nel libro La notte di un’epoca).

Bloch racconta di aver assistito, in un’assemblea in fabbrica, a un confronto tra un esponente comunista e un rappresentante nazionalsocialista. Il primo parlò in modo razionale, concentrandosi su analisi strutturali, cause economiche della crisi e sfruttamento del lavoro. Il nazista, invece, evocò la “pugnalata alla schiena” del trattato di pace, il pericolo della plutocrazia internazionale e del “giudaismo”, usando archetipi di identità, popolo, sangue e suolo. Il suo intervento fu un trionfo: il pubblico, rancoroso impaurito dalla crisi e disorientato, rispose a una narrazione che offriva riconoscimento, nemici chiari e promessa di riscatto.

Il titolo dell’articolo allude a Socrate come simbolo di un approccio idealista , una fiducia ingenua nella verità razionale: l’idea che “basti dire il vero perché si imponga da sè ” ; ma non era sufficiente esporre un’analisi corretta: occorreva tradurla in forme narrative e simboliche capaci di parlare alle esperienze concrete e alle paure delle persone.

Le ideologie e gli stereotipi attecchiscono soprattutto nei momenti di crisi, quando si è disposti a credere a qualsiasi cosa. Non sono solo i fattori socio-economici a dividere, ma anche quelli culturali: credi, morale, identità, paure, percezione di marginalità.

Bloch criticava la sinistra dell’epoca per aver sottovalutato la dimensione irrazionale ed evocativa della politica. In situazioni di disorientamento e paura, le masse,oggi diremmo le opinioni pubbliche, diventano meno sensibili alle argomentazioni razionali e più permeabili a suggestioni emotive, istintive e di appartenenza.

il fronte democratico avrebbe dovuto oggi come allora riconoscere e lavorare su questi elementi “non sincroni” (tradizioni, stereotipi, residui culturali, pregiudizi, fascinazioni autoritarie , ricomposizione di un ordine di fronte alla crisi economica, del lavoro e alla perdita di status ) elementi che restano vivi e presenti nell’esperienza quotidiana e nel senso comune e che la destra sa sfruttare con grande efficiacia.

A novanta anni di distanza, quei meccanismi paiono riemergere con forza nel consenso elettorale ottenuto dall’AfD, che si attesta su percentuali storiche e senza precedenti.

Se il problema fosse stato semplicemente la diffidenza e il malcontento verso i partiti di governo, il blocco sociale elettorale avrebbe potuto votare per il partito progressista e socialcomunista Die Linke. Invece, si è espresso in massa e coscientemente per una forza che ha condotto una campagna elettorale su un piano identitario, nazionalista, sovranista e di evocazione autoritaria, nel quale si è pienamente rispecchiato.

In un Land segnato da declino industriale, spopolamento e percezione di abbandono, l’estrema destra ha saputo costruire un racconto politico che combina nostalgia identitaria, paura dell’immigrazione e narrazioni complottiste sulle élite e sulla “sostituzione” culturale, offrendo a quell’elettorato un immaginario vincente.

Un paradosso lasciato in eredità dal regime socialista: meno anticorpi verso l’autoritarismo nella popolazione, ma una diffidenza radicale verso lo Stato, il contesto ideale per forze che si autovalorizzano come anti-sistema.

Tuttavia, il consenso dell’AfD, da sempre forte ad est, ormai raggiunge percentuali rilevanti anche in altri Lander occidentali e il fenomeno della crescita dei movimenti populisti e sovranisti di destra si estende a tutti i Paesi dell’Unione Europea.

Di fronte a questo, gran parte del fronte democratico e progressista in questi anni ha contrapposto un discorso prevalentemente tecnico e normativo: dati sull’economia, appelli alla democrazia costituzionale e alle libertà, denunce dei legami con frange neonaziste e filorusse, il valore e i valori dell’Europa e dell’antifascismo, il ruolo positivo svolto dai migranti nelle attività produttive.

Argomenti veri, ma spesso incapaci di competere sul piano simbolico con la narrazione dell’estrema destra. Il risultato elettorale mostra ancora una volta che la verità dei fatti, da sola, non basta a smontare una propaganda che lavora su risentimento, insicurezza, desiderio di appartenenza e retorica delle radici e delle identità nazionali.

Elementi in cui il razzismo stesso appare allo stesso tempo una regressione violenta e una sorta di estremo atto di autodifesa — che sfocia nella ricerca del capro espiatorio — da parte di un mondo che si sente inascoltato e messo ai margini dai tumultuosi e ineguali processi di globalizzazione, modernizzazione e multiculturali che lo hanno attraversato.

La lezione di Bloch, oggi, suona come un monito: non si tratta di rinunciare alla verità dell’analisi sociale ed economica, ma di tradurla in forme capaci di parlare alle esperienze concrete delle persone, alle loro paure e alle loro aspettative di vita, affrontando le cause del disagio di cui quei capri espiatori si nutrono.

Non possiamo però non tener conto del grave contesto internazionale in cui diversi Stati europei andranno incontro a importanti appuntamenti elettorali nel 2027.

I nazionalisti usano una retorica patriottica sulla sicurezza, sui migranti e sulla difesa dei confini, mentre paiono indifferenti alle reali minacce alla sicurezza dell’Europa. Si fanno cantori delle “piccole patrie”, ma sono favorevoli o ammiccano ai progetti neo-imperiali delle grandi potenze globali di Trump , Putin e Xi Jinping che non hanno mai nascosto, con scopi, stili e obiettivi diversi , la propria contrarietà al progetto politico europeo.

Le pesanti e più volte denunciate interferenze e campagne di disinformazione russe nei Paesi europei rischiano di essere un acceleratore esponenziale per questi movimenti, in una logica di reciproco interesse. Se l’aggressione e la forza della Russia contro l’Ucraina dimostrerà di pagare sul piano geopolitico, ciò alimenterà tutti i movimenti che promettono ordine autoritario, nazionalismo e rese ciniche mascherate da pace.

La sfida decisiva saranno le prossime presidenziali francesi. Senza la capacità di costruire alleanze, proposte politiche e una contro-narrazione credibile e mobilitante, il rischio è che il fronte democratico vada in grande difficoltà.

I “cordoni sanitari” elettorali, le grandi coalizioni create in passato e i “fronti repubblicani” contro i vari Le Pen e Bardella in giro per l’Europa potrebbero non essere più sufficienti, se non addirittura controproducenti.

Questo non perché le forze democratiche ed europeiste non dicano parole di verità e giustizia, ma perché non sanno difendere con forza il loro valore e reagire in forme politicamente efficaci di fronte a un discorso, a una retorica pubblica e a una propaganda che, come negli anni Trenta, sanno parlare direttamente alle viscere della crisi che stiamo attraversando.


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