Il nostro orrore quotidiano

Abbandoniamo per una volta gli scenari internazionali e apriamo gli occhi per concentrare lo sguardo sul nostro orrore quotidiano, di uomini volenterosi carnefici ;  a partire dal drammatico e brutale rapimento e uccisione di Lorena Iscieri  da parte dell’ex compagno.

La violenza maschile contro le donne e il femminicidio non sono un fatto privato, né un incidente tragico che si consuma nel buio di una devianza incomprensibile.

È un fenomeno sociale che ci attraversa: attraversa le case, le relazioni, la famiglia, il lavoro, le associazioni, la politica, le istituzioni, i ceti e le classi, il linguaggio quotidiano.

Ogni volta che una donna viene uccisa da un uomo che diceva di amarla, non assistiamo a una “rottura improvvisa” del reale: vediamo spesso l’esito estremo e indicibile di comportamenti ripetuti in scala crescente che troppo spesso vengono tollerati, minimizzati o riconosciuti solo quando è troppo tardi.

Non si tratta soltanto di odio. Si tratta di controllo, Il controllo sulla persona, il corpo, sui movimenti, sulle scelte, sulle libertà dell’altro, della donna.

Abbiamo visto ripetutamente che quando quel controllo o l’ idea di averlo viene meno, emerge in molti uomini una logica di possesso assoluto che può sfociare nella violenza più feroce, un crollo psichico totale , dove la ferita di una separazione, della fine , della rottura di una relazione intima e amicale di qualunque tipo essa sia stata, anzichè diventare pensiero e dolore al limite lutto da elaborare, si trasforma in collera, violenza e un crescendo parossistico fino all’annientamento fisico.

Una totale incapacita’ di gestire la rabbia, le frustrazioni e i fallimenti , le difficoltà relazionali semplicemente proiettandoli sull’altra persona, sulla donna.

Una capacità che non si eredita nel dna , bisogna assumerla, impararla , essere educati,  farla crescere dentro di sé , dentro di noi e non da soli.
La prevenzione non può consistere in formule rituali o in indignazioni a posteriori.

Servono protezione immediata,cosa che spesso non e’,  continuità negli interventi, servizi accessibili e risorse stabili per chi tenta di allontanarsi da una situazione pericolosa , supportare e capire anche perchè e quali sono i motivi,  i perturbamenti relazionali per cui molte donne faticano e non riescono ad uscire dal rapporto con l’uomo violento.

Ma in ogni caso la violenza maschile non è un meteorite caduto dal cielo: è un prodotto sociale culturale e politico e come tale va affrontato.

Spesso la interpretiamo in modo consolatorio solo come una patologia clinica o da criminologia forense
Ma  e’ evidente che esistono elementi strutturali e di modelli sociali culturali educativi introiettati che continuano a produrre questi comportamenti ; la società è ancora incline a spiegare, attenuare o psicologizzare ciò che invece è un atto di dominio.

Modelli esperienziali maschili tossici di cui andrebbe messo a fuoco maggiormente la dimensione e il vissuto sessuale nelle suoi elementi pulsionali e aggressivi, nei quali noi uomini cresciamo e che spesso rimangono sotto la superficie e trascorrono nella incosapevolezza ma che in determinate situazioni riemergono come fiumi carsici, manifestandosi in tutta la loro negativita’

E ancora in troppi casi, la solitudine delle donne precede la violenza, mentre gli altri e la comunità si accorgono o dicono a se stessi di essersi accorti dopo del pericolo.

Non dobbiamo abituarci e rassegnarci a una cronaca che ripete sempre le stesse dinamiche, gli stessi nomi, luoghi, segnali ignorati.

Riconoscere che noi uomini siamo il problema , e insieme alla donne e alla nostra comunita’ le isttiuzioni sociali dobbiamo trovare le soluzioni : I modelli tossici non sono “degli altri”: sono nella nostra educazione, nei comportamenti reali.

Una civiltà , una societa’ misura se stessa dalla capacità di tutelare , proteggere le persone, comprendere e sradicare alla radice la violenza sulle donne e iniziare a chiamare le cose con il loro nome.


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