Abbandoniamo per una volta gli scenari internazionali e apriamo gli occhi per concentrare lo sguardo sul nostro orrore quotidiano, di volenterosi carnefici.
La violenza maschile contro le donne e il femminicidio non sono un fatto privato, né un incidente tragico che si consuma nel buio di una devianza incomprensibile.
È un fenomeno sociale che ci attraversa: attraversa le case, le relazioni, la famiglia, il lavoro, le associazioni, la politica, le istituzioni, i ceti e le classi, il linguaggio quotidiano.
Ogni volta che una donna viene uccisa da un uomo che diceva di amarla, non assistiamo a una “rottura improvvisa” del reale: vediamo spesso l’esito estremo e indicibile di comportamenti ripetuti in scala crescente che troppo spesso vengono tollerati, minimizzati o riconosciuti solo quando è troppo tardi.
Non si tratta soltanto di odio. Si tratta di controllo, Il controllo sulla persona, il corpo, sui movimenti, sulle scelte, le libertà dell’altra persona, della donna.
Quando quel controllo o l’ idea di averlo viene meno, emerge in molti uomini una logica di possesso assoluto che può sfociare nella violenza più bestiale, un crollo psichico totale , dove la ferita di una separazione, della fine , della rottura di una relazione intima e amicale di qualunche tipo essa sia stata, anzichè diventare pensiero e dolore , al limite lutto da elaborare, si trasforma in collera, violenza e annientamento fisico.
Una totale incapacita’ a gestire la rabbia, le frustazioni e i fallimenti , le difficoltà relazionali semplicemente proiettandoli sull’altra persona, sulla donna.
Una capacità che non si eredita nel dna , bisogna assumerla, impararla , farla crescre dentro di sè , dentro di noi e non da soli.
La prevenzione non può consistere in formule rituali o in indignazioni a posteriori. Servono protezione immediata, continuità negli interventi, servizi accessibili e risorse stabili per chi tenta di allontanarsi da una situazione pericolosa, ma la violenza maschile non è un meteorite caduto dal cielo: è un prodotto sociale e politico e come tale va affrontato.
Spesso la interpretiamo in modo consolatorio solo come una patologia clinica o da criminologia forense. Ma non basta perchè e’ evidente che esistono elementi strutturali e di modelli sociali introiettati , educativi e diseducativi, che continuano a produrre questi comportamenti ; la società è ancora incline a spiegare, attenuare o psicologizzare ciò che invece è un atto di dominio.
Modelli maschili tossici nei quali cresciamo che spesso rimangono sotto la superficie e trascorrono nella incosapevolezza ed innocui per un intera vita, ma che a volte, in determinate situazioni, riemergono come fiumi carsici, manifestandosi in tutte le loro potenza negativa.
E ancora in troppi casi, la solitudine delle donne precede la violenza, mentre gli altri e la comunità si accorgono o dicono a se stessi di essersi accorti dopo del pericolo.
Non dobbiamo abituarci e rassegnarci a una cronaca che ripete sempre le stesse dinamiche, gli stessi nomi, luoghi, segnali ignorati. La civiltà si misura anche dalla sua capacità di tutelare , proteggere le persone, comprendere e sradicare alla radice le cause e la natura della violenza e iniziare a chiamare le cose con il loro nome.

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