Tre anni dopo

Il 7 ottobre di tre anni fa Hamas compiva un massacro inaudito e senza precedenti di 1200 civili israeliani e prendendo in ostaggio 250 persone che abitavano oltre i confini della Striscia di Gaza, il tutto con la piena consapevolezza che avrebbe provocato una guerra.

Forse l’idea era che bloccando il processo dei cosiddetti Accordi di Abramo tra Israele e gli stati arabi della regione , accordi che ignoravano totalmente la questione palestinese, la reazione avrebbe riunito in una rivolta e in una insurrezione generale i palestinesi di Cisgiordania, Hezbollah, l’Iran e le masse arabe.

« Siamo noi che abbiamo bisogno di questo sangue perché risvegli dentro di noi lo spirito rivoluzionario e ci spinga ad andare avanti», così diceva Ismail Haniyeh, allora capo di Hamas, il 26 ottobre 2023. Il giorno dopo iniziò l’offensiva di Israele dentro Gaza.

Il fallimento dei sistemi di sicurezza e di protezione israeliana è stato evidente sin dall’inizio ma, come scrive l’ attivista e scrittrice Manuela Dviri, che Netanyahu sapesse o non sapesse non è politicamente il punto centrale. Il punto è che il premier per anni si era convinto che bastasse contenere Hamas, che la calma potesse essere comprata , che il denaro a Gaza via Qatar servisse a mantenere lo status quo “.

E non solo il premier, aggiungo, ma una parte consistente della politica e della società israeliana ignorando lo stillicidio di morti palestinesi in Cisgiordania, perpetrando l’occupazione diventata ormai apartheid e svuotando ogni tentativo di trovare una soluzione politica al conflitto con il riconoscimento di uno stato palestinese.

La guerra che è stata imposta ha impresso nella coscienza gli stereotipi e i pregiudizi più estremi e odiosi; i mali e i demoni scatenati imperversano, più forti di allora. La speranza di un futuro nel quale due popoli avrebbero potuto vivere l’uno accanto all’altro, sino a qualche anno fa lecita , è ora rimandata ad un futuro indistinto.

I «sette fronti»

A tre anni dal 7 ottobre, quello che Hamas aveva forse auspicato si è parzialmente realizzato, ma in una forma distorta e incontrollabile. Oggi si parla di una «guerra su sette fronti»: Gaza, Cisgiordania, Libano, Siria, Iraq, Iran e Yemen. Hezbollah, le milizie sciite irachene, gli Houthi e l’ Iran sono entrati nel conflitto, trasformando una guerra locale in un conflitto regionale ma di dimensioni e dall’impatto geopolitico internazionale.

Tuttavia questa estensione non ha prodotto un’unità araba compatta. Gli Stati arabi moderati (Arabia Saudita, Egitto, Giordania, Emirati) hanno mantenuto una posizione ambigua: da un lato hanno condannato Israele, dall’altro temono ancor più l’espansionismo iraniano che la successiva guerra insensata scatenata da Trump contro Teheran , pur decapitandone i vertici del regime, non ha in alcun modo risolto.

Una guerra frammentata, in cui i palestinesi di Gaza hanno pagato il prezzo più alto, mentre i loro presunti alleati regionali hanno calcolato i propri interessi.

I numeri parlano da soli: oltre 74.000 morti palestinesi a Gaza, decine di migliaia di feriti, una popolazione sfollata e ridotta alla fame

Come aveva previsto David Grossman, la guerra avrebbe reso Israele «molto più di destra, militante e anche razzista». I dati elettorali e l’ascesa di figure come Ben-Gvir e Smotrich confermano questa tendenza. La repressione in Cisgiordania si è intensificata, gli insediamenti sono stati ampliati, e il discorso pubblico si è spostato verso posizioni sempre più nazionaliste e messianiche.

Hamas, pur militarmente indebolito, mantiene un forte consenso popolare, dove la distruzione e la fame hanno alimentato un odio profondo verso Israele. La figura di Abu Mazen inconsistente e l’Autorità Nazionale Palestinese appare come un guscio vuoto.

L’auspicio di una convivenza pacifica esiste ancora, ma richiede un atto di fede di lungo periodo. La storia del conflitto israelo-palestinese è costellata di momenti in cui la pace sembrava vicina (Oslo, Camp David, Annapolis) e poi è sfumata. Oggi,  la soluzione a due Stati appare più come un’aspirazione morale che come un progetto politico concreto.

Le speranze e l’evoluzione politica di Israele

Una tregua a Gaza è entrata in vigore il 10 ottobre 2025, fermando i combattimenti più intensi, ma non le uccisioni: nei mesi successivi sono stati registrati centinaia di palestinesi uccisi da raid israeliani.

A Gaza ci sono circa 61 milioni di tonnellate di macerie; rimuoverle richiederà dai 7 ai 10 anni e miliardi di dollari.

L’assistenza umanitaria è ancora compromessa, oltre il 13% della popolazione vive in siti di sfollamento a rischio alluvione o in edifici pericolanti.

Ma le speranze sono strettamente legate anche all’evoluzione politica di Israele. Il Paese si trova a un bivio: le elezioni del 27 ottobre 2026, le prime dall’inizio della guerra, potrebbero segnare la fine dell’era Netanyahu o la sua continuazione.

Gli analisti in questi anni hanno indicato un evidente spostamento a destra della società israeliana. Il governo di Netanyahu, al sesto mandato, è il più di destra che il Paese abbia mai avuto, con una coalizione che riunisce sionisti religiosi e partiti di estremisti.

I sondaggi, tuttavia, mostrano crepe nel consenso: il blocco che sostiene Gadi Eisenkot (ex capo di Stato maggiore, leader del partito Yashar) è dato avanti di 5 seggi sulla coalizione di Netanyahu  Ma nessuno dei due blocchi raggiungerebbe in prima battuta la maggioranza di 61 seggi necessaria per governare.

Qualunque sia l’esito delle elezioni, le conseguenze per la pace saranno diverse. Se Netanyahu dovesse essere confermato, la destra religiosa e suprematista continuerebbe a dettare l’agenda: espansione degli insediamenti, annessione di parti della Cisgiordania, fine della soluzione a due Stati.

Se dovesse vincere Eisenkot o un altro leader dell’opposizione, si aprirebbe uno scenario non necessariamente più favorevole alla pace nel breve periodo ma diverso e almeno meno ideologizzato.

Certo la leadership palestinese, il ruolo degli Stati arabi, la posizione degli Stati Uniti e dell’Unione Europea contano. Ma Israele, come potenza occupante, ha una responsabilità maggiore: senza un cambiamento nella sua direzione politica, le speranze di una convivenza pacifica resteranno «nascoste e appiattite».

Il compito di chi resta

In un conflitto dove entrambe le parti riducono l’altro a nemico assoluto, a demone da abbattere, il compito di rompere questa narrazione è essenziale. Non si tratta di essere neutrali — la neutralità, di fronte ai massacri, è una forma di complicità — ma di essere complessi, di rifiutare le semplificazioni che alimentano l’odio.

Il coraggio civile, in tempi di guerra, non è un’astrazione: è una pratica quotidiana, rischiosa, spesso solitaria. Oggi in quella terra ci sono ancora persone che scelgono di resistere non con le armi, ma con la coscienza: obiettori di coscienza, attivisti per i diritti umani, intellettuali, artisti, giovani che rifiutano di essere trascinati nella logica della vendetta e della resa dei conti.

In Israele, il servizio militare è obbligatorio: due anni e otto mesi per gli uomini, due anni per le donne. Ma ci sono giovani che scelgono di non indossare un’uniforme che, per loro, simboleggia «uccisione e oppressione». Si chiamano refusenik, e la loro rete di supporto si chiama Mesarvot («Noi rifiutiamo», in ebraico).

Dopo il 7 ottobre 2023, il numero di obiettori è cresciuto: nel 2025, Mesarvot ha offerto difesa legale agli  obiettori, di cui decine hanno affrontato detenzioni ripetute. Alcuni di loro hanno pagato un prezzo altissimo: carcere militare, isolamento sociale, rottura con la famiglia e gli amici.

Queste voci sono minoritarie ma sono essenziali: senza di esse, il conflitto sarebbe ridotto a una guerra di sterminio, senza possibilità di uscita.

La co-resistenza

Non tutti i gesti di coraggio civile vengono dall’opposizione all’occupazione. Ci sono anche forme di co-resistenza: israeliani e palestinesi che si oppongono insieme ai sistemi di oppressione.

Un piccolo esempio è il libro The Future Is Peace, scritto a quattro mani da Maoz Inon (israeliano) che ha perso entrambi i genitori il 7 Ottobre e Aziz Abu Sarah (palestinese) il cui fratello morì per le percosse subite in un carcere israeliano.

I due autori propongono una riflessione che invita a superare la logica dello scontro comprendendo che il primo passo non è concordare su tutto, ma avere il coraggio di guardarsi negli occhi, riconoscere la narrazione e il dolore di tutti.

Non è un’utopia: è un progetto concreto, che parte dal riconoscimento che la sicurezza di uno dipende dalla dignità dell’altro.

Un altro esempio sono le organizzazioni Ta’ayush e Combatants for Peace che da anni documentano e denunciano la violenza dei coloni israeliani sui palestinesi in Cisgiordania.

Un terzo esempio, forse il più simbolico, è Neve Shalom Wahat al Salam («Oasi di Pace»), un villaggio fondato nel 1972 su una collina a metà strada tra Gerusalemme e Tel Aviv.

Qui, da oltre cinquant’anni, convivono circa cento famiglie — metà ebree e palestinesi di cittadinanza israeliana — dimostrando che una coesistenza è possibile.

Un asilo nido e scuola dell’infanzia misti , una Scuola Primaria binazionale dove l’insegnamento avviene in entrambe le lingue ebraica ed araba . Il villaggio che è gestito in modo comunitario ospita anche la School for Peace in questo momento focalizzata sul ripristinare i canali di comunicazione interrotti e sull’elaborazione del lutto collettivo anche all’interno delle comunità.

In una lettera del marzo 2026, gli abitanti hanno scritto: «Ci rifiutiamo di smettere di credere che la pace sia possibile e necessaria». Il villaggio, nonostante le difficoltà, resiste: un faro nel buio, un modello concreto che, pur essendo un unicum, mostra che un futuro diverso è immaginabile.

Il coraggio civile non è solo politico: è anche culturale, ci sono ancora persone che continuano a progettare e pensare al futuro. Ramzi Aburedwan, musicista palestinese, ha fondato la scuola Al Kamandjati («Il violino») per insegnare musica ai bambini di Ramallah.

Sostenere il diritto allo studio, l’arte, la musica è un atto di resistenza nonviolenta. È un modo per dire: non ci arrendiamo alla disperazione, continuiamo a credere che un futuro diverso sia possibile.

Il prezzo del coraggio

Il coraggio ha un prezzo: persecuzione, isolamento, stigmatizzazione sociale, minacce. I refusenik israeliani sono spesso tacciati di tradimento; gli attivisti palestinesi aperti ad un confronto di collaborazionismo; gli intellettuali che criticano Israele sono accusati di antisemitismo; quelli che criticano Hamas di complicità con l’occupazione.

Ma senza questo coraggio, il conflitto sarebbe un carnage, una guerra di sterminio, senza più possibilità di uscita. Le voci che resistono, anche se minoritarie, sono essenziali: tengono aperta una fessura, una possibilità, una speranza.

Pur sapendo che la pace non è nelle mani concrete della società civile e che leve decisive -disarmo, diplomazia, alleanze – restano in capo a governi e istituzioni internazionali, il compito di chi resta e della solidarietà internazionale è sostenere queste voci, amplificarle, proteggerle.

Non con un ottimismo di maniera e ingenuo, ma con la consapevolezza che senza un cambiamento radicale, senza la rottura del ciclo perpetuo della violenza, senza un’educazione alla reciprocità, al riconoscimento dell’altro, non si ristabiliranno le precondizioni per una pace.

La speranza come compito

Il compito di chi resta è farla uscire, trasformarla da residuo imprigionato a forza motrice di un nuovo inizio. Non è un compito facile: richiede coraggio, pazienza, resistenza. Come diceva Grossman: La situazione è troppo disperata per lasciarla a chi è disperato.

È un compito che riguarderà le prossime generazioni: ma inizia oggi, con chi scrive, con chi riflette, con chi non si arrende: la perserveranza nonostante tutto.

” La roccia più dura può essere modellata dal flusso persistente dell’acqua nel corso di tanti anni lunghi e difficili “


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