Le prossime elezioni amministrative di Milano saranno un passaggio estremamente significativo anche per i risvolti e la dimensione nazionale che esse tradizionalmente assumono e per questo non si può prescindere da una lettura di quanto è successo in questi 15 anni nella metropoli.
Rivedere con sguardo critico i profondi processi economici e sociali che l’hanno attraversata, una trasformazione che, per certi aspetti, ha completamente trasfigurato la città, caratterizzata da un processo di gentrificazione, peraltro in linea con le trasformazioni strutturali e sociodemografiche avvenute in questi anni in molte grandi aree urbane europee e occidentali.
A partire dal 2014/2015, il rinnovamento avviato in vista dell’Expo e la successiva valorizzazione delle aree urbane hanno favorito l’ingresso di capitali finanziari italiani e stranieri nel mercato immobiliare, agendo da catalizzatore della visibilità internazionale della città, contribuendo alla crescita di turismo, investimenti e insediamenti aziendali e dei servizi.
Il risultato è una città diventata sempre più attrattiva sul piano economico e internazionale e del turismo cosmopolita, ma sempre meno accessibile per chi vi abita da decenni, vi lavora, studia o intende stabilirvisi.
Un mercato immobiliare che, in un decennio, ha visto i prezzi di compravendita a Milano crescere del 65% e i canoni del 55%, mentre i redditi da lavoro sono fermi.
L’aumento esponenziale del costo della vita milanese non è quindi riducibile ai soli costi energetici o all’inflazione. Esso nasce anche dall’interazione tra offerta abitativa insufficiente, valorizzazione immobiliare, stagnazione dei redditi più lenta dei prezzi e domanda crescente proveniente da studenti, lavoratori e nuovi residenti.
Colpisce la distonia nel dibattito pubblico tra interventi che sembrano in qualche modo seguire e confermare la narrazione ufficiale della città dell’innovazione , delle opportunità e della performance e la richiesta di ampie fasce trasversali di cittadinanza che sottolineano come a Milano si ponga da tempo ormai un serio problema di insostenibilità economica e sociale, ancor prima che ambientale.
Milano è la città dove, secondo dati ufficiali dell’Anagrafe del Comune, i nuclei composti da persone sole rappresentano ormai il 57,5% del totale delle famiglie residenti, all’incirca 450 mila persone (circa il 40% anziani, in larga parte donne).
Dove appunto il 25% dei suoi residenti è over 65, mentre l’intera fascia dei bambini dagli 0 ai 10 anni è solo l’8%; dove, attraverso gli Hub di Quartiere comunali e alcune realtà del privato sociale, di Caritas e Opera San Francesco, si distribuiscono gratuitamente ogni giorno 3,5 milioni di pasti all’anno (o pacchi alimentari equivalenti) a persone in stato di fragilità ed emarginazione.
Dove il sovraindebitamento, secondo la Camera Arbitrale, ha registrato il numero più elevato di istanze dalla sua istituzione, con una crescita del 21% rispetto ai dati del 2024; dove nella sua area metropolitana le persone in condizioni di povertà o a immediato rischio di esclusione sociale sono stimate tra le 250.000 e le 300.000 persone, a fronte della presenza di 115 mila milionari.
Nel Comune di Milano, nel 2023, il 52,5% dei contribuenti dichiara meno di 26.000 euro di imponibile annuo e il 30,7% meno di 15.000 euro; l’indice di Gini, che indica il grado di distribuzione dei redditi, è pari a circa 0,54, il valore più elevato tra le grandi città italiane e nettamente superiore alla media nazionale (circa 0,43), dato che conferma una forte concentrazione dei redditi e una marcata disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza prodotta.
Se nella politica italiana si osserva una forte tendenza alla polarizzazione dell’offerta elettorale tra due schieramenti che presentano elementi marcatamente populisti, anche se con matrici ideologiche e repertori retorici diversi, bisogna però capire le dinamiche sociali che lo hanno generato e che a Milano appaiono evidenti.
La diagnosi sulla polarizzazione sistemica e sul progressivo logoramento dello spazio riformista intercetta una dinamica innegabile del quadro politico contemporaneo, diffusa in molti contesti e aree europee: la presa d’atto che le attuali fratture sociali e culturali rispondono a dinamiche differenti rispetto a quelle del Novecento.
Ma per costruire un’alternativa incisiva che favorisca un cambio di paradigma non serve evocare derive fasciste e continui allarmismi su presunti attentati alla Costituzione repubblicana, ma occorre prima di tutto riconoscere, senza indignazioni moraliste, le ragioni della rabbia, del rancore, che costituiscono uno degli elementi di crescente consenso alle nuove forze sovraniste populiste.
La caduta di consensi di un centro riformista popolare e liberale in Italia e in Europa negli ultimi vent’anni è derivata spesso da una deriva elitaria o meramente tecnocratica. Un’alternativa credibile non può limitarsi a difendere lo status quo, ma deve farsi carico delle insicurezze reali dei cittadini: la precarietà economica, la gestione dei flussi migratori e l’impatto sociale di trasformazioni radicali dello spazio e del concetto stesso di metropoli.
L’esperienza milanese ha dimostrato che un’alleanza tra la componente progressista, quella civica e l’anima liberal-democratica e moderata può governare e continuare a farlo, il tutto all’interno di una vocazione europea e internazionale connessa alle grandi dinamiche che promuove un’idea di “società aperta” in contrapposizione al protezionismo e al sovranismo.
Il modello Milano: rischi e nodi irrisolti da superare
Ma se il “modello Milano” vuole proseguire, deve farsi carico delle sue stesse contraddizioni e rivedere la criticità ormai insostenibile:
La rigenerazione urbana, dove spesso il tessuto sociale e politico storicamente vivo in molti luoghi è stato progressivamente sostituito da quartieri del lusso, residenze di alto pregio, spazi commerciali e finanziari, dove persino il verde e la qualità paesaggistica sono diventati parte dell’immagine che legittima prezzi e usi esclusivi dello spazio.
Il 50 per cento dei residenti attuali non abitava a Milano 15 anni fa; in un decennio 400 mila persone hanno lasciato la città e 480 mila sono stati i nuovi arrivi. Non vi è stato uno svuotamento fisico della città, ma di fatto un processo oggettivo di sostituzione di una parte della popolazione storicamente stabile, diversa per reddito e radici locali, con residenti temporanei, persone di alto reddito, turisti, studenti internazionali e lavoratori “mobili”.
L’emergenza abitativa, il costo della vita e la gentrificazione hanno progressivamente allontanato le fasce a reddito medio-basso e i giovani lavoratori. Una proposta riformista non può apparire come la rappresentanza prevalente di fasce ristrette socio-economiche dei centri metropolitani; per questo, una delle leve su cui agire sarebbe una ritrovata centralità delle sue politiche sociali e dei servizi globalmente intesi.
Occorre parlare a chi si sente escluso; non si possono sostituire le esigenze di politiche sociali maggiormente incisive con il mecenatismo e la filantropia dei miliardari, mentre si ricostituiscono gerarchie e nuovi potentati simbolicamente rappresentati dagli scintillanti attici di Porta Nuova e della Fiera; le persone lontane da quei palazzi e da quelle vie sono in sofferenza.
Questo è il punto cruciale e il vero banco di prova per qualsiasi progetto di ricomposizione riformista. Se la proposta si limita all’efficienza economica e alla crescita senza farsi carico del mondo del lavoro e delle fasce popolari e medie più in difficoltà, finirà per essere percepita come la politica dei ceti abbienti, lasciando il monopolio della rappresentanza popolare alla demagogia populista.
Parlare a chi si sente abbandonato richiede di superare una doppia trappola: da una parte quella di un assistenzialismo passivo e residuale e, dall’altra, l’ostentazione meritocratica e una narrazione ideologica tipica del liberismo degli anni Novanta, fondata sull’idea del trickle-down — il “gocciolamento” — in base alla quale la crescita dei redditi e delle ricchezze delle fasce più alte avrebbe finito per beneficiare, direttamente o indirettamente, anche i ceti popolari. Una promessa che si è rivelata largamente fallace e dove ha prodotto effetti, questi sono stati limitati e selettivi.
Per offrire una risposta credibile e pragmatica, va messa al centro la valorizzazione di beni pubblici fondamentali, come gestire la mobilità sociale e focalizzarsi sulle grandi questioni strutturali:
Case e welfare — Unire casa e welfare di comunità significa toccare il cuore nevralgico della risposta. La casa è la condizione materiale di base per qualsiasi progetto di vita; il welfare di comunità è la rete relazionale che impedisce alla vulnerabilità di trasformarsi in solitudine e marginalità. Senza una casa non c’è stabilità, ma senza una comunità intorno alla casa c’è solo isolamento.
La questione abitativa è diventata la prima causa di impoverimento e la principale barriera alla mobilità sociale per giovani, famiglie e lavoratori.
Occorre il rilancio di una pianificazione urbanistica che orienti con misure volte a calmierare il mercato speculativo, interventi incisivi di contrasto a una gestione degradata del patrimonio pubblico che rende non fruibili migliaia di alloggi, un piano straordinario e massivo di housing sociale, superare l’egemonia di una rendita fondiaria, immobiliare e finanziaria a cui si è affidata un’idea liberista di sviluppo urbano che ha dettato senza vincoli e contrappesi i tempi e i criteri di crescita della città.
Sanità — Chi ha bisogno non chiede slogan, ma servizi che funzionino. La difesa e il rilancio della sanità pubblica devono passare dalla ricostruzione della medicina di territorio, dalla drastica riduzione di tempi e liste di attesa che dirottano di fatto le richieste al privato e a prestazioni a pagamento, fonte di esclusione dall’accesso ai servizi di un sempre maggior numero di cittadini.
La sanità è competenza primaria di Stato e Regione, ma la sua efficacia si decide anche sul territorio e Milano può essere il motore di un’integrazione reale, un patto stabile con istituzioni, parti sociali, università e terzo settore per rafforzare le case di comunità, l’assistenza domiciliare integrata, l’attenzione e la presa in carico di anziani e persone non autosufficienti e di famiglie fragili.
Lavoro — Parlare ai fragili significa restituire loro dignità e la dignità passa dal lavoro. Anziché promettere sussidi o scorciatoie irrealizzabili, occorrebbe concentrarsi su politiche attive del lavoro, una formazione vera e riqualificazione per chi perde il lavoro in età adulta, il contrasto al lavoro povero e alla precarietà strutturale.
Una grande città non può limitarsi a subire le scelte di altri livelli di governo: Milano può diventare il luogo dove imprese, sindacati, università e Terzo settore costruiscono un patto metropolitano per le competenze e le risorse umane e promuovere una riflessione su nuove forme di tutela, rilanciando un’ipotesi di contrattazione territoriale articolata.
Multiculturalità e diritti — Milano è anche una città multiculturale, plasmata da decenni di migrazioni e da una pluralità che riguarda scuole, quartieri, lavoro e vita quotidiana.
Ma l’integrazione non può essere ridotta a una narrazione celebrativa e paternalista della diversità, se non si accompagnano politiche concrete di accesso al lavoro, alla cittadinanza e ai servizi. In questo scenario, in molte periferie e in molte situazioni di emergenza, le comunità cristiane, insieme ad associazioni, cooperative e realtà del terzo settore, spesso rappresentano l’ultimo presidio di prossimità per persone sole, poveri, migranti, famiglie in difficoltà e giovani esclusi.
Non è solo un motivo di orgoglio per la tradizione ambrosiana: è il segnale che la solidarietà va riportata al centro delle politiche pubbliche.
Il nodo delle risorse — Oggettivamente, la sostenibilità finanziaria è il vero ostacolo su cui si arenano la maggior parte delle buone intenzioni. Fare affidamento esclusivamente sulla spesa corrente del bilancio comunale significa rassegnarsi all’impotenza: i bilanci dei Comuni sono infatti compressi tra la riduzione dei trasferimenti statali, i vincoli di finanza pubblica e costi operativi sempre meno comprimibili.
Per finanziare politiche sociali e urbane ambiziose senza generare squilibri insostenibili, il Comune deve assumere un ruolo di regia e di garanzia: individuare, coordinare e moltiplicare risorse private, europee e pubbliche, integrandole in una strategia unitaria di intervento.
Il possibile effetto leva della pianificazione urbanistica, che consente di orientare gli investimenti privati verso bisogni pubblici; un uso più consapevole della blended finance, dei fondi etici e dei social impact bond, dei fondi rotativi, delle garanzie al credito, della progettazione integrata dei fondi europei, della co-progettazione e delle alleanze con il Terzo settore.
Strumenti già attivi che rischiano di restare semplici titoli di capitolo se non vengono riempiti di contenuti, a partire dalla valutazione e valorizzazione di alcune esperienze pilota, capaci di dimostrarne fattibilità, impatto e replicabilità.
Un nuovo sguardo internazionale
Infine, uno sguardo internazionale diverso: recuperare il valore della cooperazione internazionale decentrata e dei rapporti, soprattutto, con il Sud globale.
Milano non può essere solo il polo di attrazione di asset, del mondo della finanza, dell’economia del lusso e del glamour internazionale e di tendenze elitarie socioculturali per quanto pregevoli e significative. Tornare a investire sulla cooperazione internazionale decentrata, con specifiche risorse destinate, significherebbe chiudere il cerchio tra dimensione locale e scenario globale.
Recuperare il valore del rapporto attraverso i territori (città, regioni, università, distretti produttivi) permette di superare sia la retorica paternalista sia l’isolamento difensivo e xenofobo proposto dalle destre populiste.
Le metropoli e le regioni del Sud Globale stanno vivendo transizioni demografiche e urbanistiche imponenti. La cooperazione non è da tempo l’invio di flussi monetari e di aiuti a pioggia, ma lo scambio diretto di competenze, tecnologie e anche modelli di governance.
Una città come Milano o una regione a forte vocazione produttiva non “donano” risorse, ma costruiscono alleanze paritarie con città-partner in Africa, America Latina o Asia, creando opportunità di sviluppo reciproco.
Attraverso corridoi di formazione e mobilità circolare, partecipazione a bandi europei e internazionali, Comuni e sistemi di imprese locali possono contribuire alla formazione professionale nei paesi del Sud, formando lavoratori nelle competenze richieste dal nostro tessuto economico e sociale, un’accoglienza reale, legale e dignitosa.
La tenuta dei canali democratici e culturali
In questi anni drammatici di guerre totali, quando le relazioni diplomatiche si congelano o diventano conflittuali, i canali di cooperazione decentrata rimangono aperti.
Il dialogo tra università, centri di ricerca e culturali e società civile mantiene viva la presenza dei valori umanitari e dei diritti, costruendo ponti e contatti reciproci difficili da smantellare.
Per questo, contrariamente a una certa lettura e narrazione ideologica e settaria prevalente a sinistra, occorre, senza velleitarismi e illusioni, ribadire l’alto valore intrinseco dei gemellaggi e delle relazioni istituzionali anche tra paesi in conflitto, come luoghi di incontro e di possibili strategie o di aiuto al ripristino di precondizioni di pace.
Milano non ha bisogno di scegliere tra attrattività e giustizia sociale: deve dimostrare che l’una senza l’altra non è più sostenibile. Una città che attira capitali, talenti e investimenti, ma che allontana chi la produce e la vive ogni giorno, non è un modello: è una contraddizione destinata a esplodere.
Ricentrare le azioni su welfare, politiche sociali e sostenibilità significa cambiare anche il linguaggio e l’atteggiamento: ascoltare prima di prescrivere, guardare anche le ombre e i chiaroscuri.
Milano può ancora dimostrare che la protezione sociale non è nemica dello sviluppo e dell’innovazione, ma ne è il presupposto; che respiro di dimensione internazionale e protezione e inclusione sociale non sono alternative, bensì le condizioni di una democrazia che voglia restare reale e credibile.
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