Gli eventi che il cristianesimo, in tutte le sue varie declinazioni e confessioni, si appresta a ricordare in queste settimane, si svolsero in una terra chiamata allora Regno di Giudea, sotto la dominazione romana, al tempo dell’ imperatore Tiberio
Avvennero a Gerusalemme indicativamente tra il 31 e il 33dc. , in occasione delle feste degli azzimi la Pesach , la Pasqua, l’antica festa ebraica che ricorda la liberazione e l’esodo degli ebrei dall’Egitto.
Infatti Gesù era ebreo e parlava l’aramaico giudaico; nella sua lingua si chiamava Yeshu’a – Yehoshu’a ; e nei Vangeli , scritti in greco, era detto Christòs, il Cristo, traduzione dell’ebraico māšīāḥ , il Messia , che significa “unto”; dato che nell’antico medioriente era d’uso consacrare re, sacerdoti e profeti con l’unzione di oli aromatici.
È la Settimana Santa, che rievoca gli ultimi giorni di Cristo fino alla Croce.
L’ osanna della Domenica delle palme che sfocia poi nel mistero pasquale di morte e Resurrezione.
Padre David Maria Turoldo, nella poesia “A stento il nulla”, scriveva “No, credere a Pasqua non è giusta fede: Fede vera è al venerdì santo quando Tu non c’eri lassù!”.
Abbandono totale, assenza apparente di Dio sulla croce, rendono la fede più autentica nel dubbio, radicata nel vuoto e nel dolore piuttosto che nella gioia apparente, dove credere è atto profetico contro il nulla del mistero tragico.
Ritornano le parole di Sergio Quinzio che ricordava il lacerante paradosso di una vita profana e moderna ma squassata da una disperazione che ha un significato arcaico e sacrale: la disperazione di chi non sa rassegnarsi all’assenza della salvezza.
Nel tempo delle “guerre totali”, il Monte Calvario , il Golgota (dall’aramaico che significa teschio) il luogo della crocefissione sopra il quale e’ poi stata elevata la Basilica del Santo Sepolcro, può essere letto come il simbolo paradossale di una guerra dall’altra parte della violenza, il luogo dove Dio entra nella storia umana nella forma estrema della sofferenza e dell’ingiustizia, per redimere proprio da lì il mondo che si sta distruggendo.
A questo dato si lego’ poi una tradizione simbolica secondo la quale il Golgota sarebbe stato il luogo dove è sepolto Adamo, il “primo uomo”.
Così il teschio ai piedi della croce ,frequente in tanta iconografia, rappresenterebbe l’umanità redenta da Gesù, il “nuovo Adamo”.
ll Golgota sembra oggi offrire un paradigma inverso, simbolo di un potere che si riconosce nella debolezza e luogo dove la violenza politica raggiunge il suo culmine ma viene riassunta e trasfigurata in un atto di amore obbediente fino alla morte.
Il 7 giugno 1979 nel corso del suo primo pellegrinaggio nella Polonia comunista, in un mondo diviso ancora dalla Guerra Fredda, Giovanni Paolo II uso’ esplicitamente l’immagine del Golgota per leggere Auschwitz: nella sua omelia a Birkenau chiama il campo di sterminio “Golgota del mondo contemporaneo”, dove l’orrore di milioni di morti senza nome diventa un luogo di orrore e di potenziale conversione al bene.
Il Papa si inginocchia sul terreno riconoscendo in quelle tombe il grido dell’uomo martoriato e il dovere morale di “portare frutti” per l’Europa e per la storia: questo richiede responsabilita’ e memoria.
Negli stessi giorni in cui ricordiamo la scoperta dei massacri perpetrati dalle truppe russe e le fosse comuni di Bucha in Ucraina, il secondo luogo , dopo Srebrenica, di esecuzioni di massa e genocidi in europa avvenuti dopo il 1945, il Golgota appare cosi’ luogo simbolico dove la violenza sistematica viene assunta ed esposta nella sua nudità, senza essere coperta da retoriche nazionaliste o ideologiche.
Se Auschwitz ci obbliga a dire “ mai più “, Bucha ci dice che il Golgota del mondo contemporaneo non è finito, ma continua finché si permette che la logica della guerra totale, della disumanizzazione e dell’impunità si ripetano.
Il punto cardine è che il Golgota – di Auschwitz, di Bucha, di ogni strage – non resta solo un luogo di dolore e memoria ma deve diventare un luogo simbolo di conversione all’umano, di difesa dell’ integrita’ e intangibilita’ della persona e dei diritti esostenere la ricostruzione delle comunità e la verità.
In questo senso, l’insegnamento di Giovanni Paolo II invita a vedere Bucha oggi come un nuovo richiamo a incarnare la speranza pasquale: cioè costruire una pace giuridicamente e moralmente solida, capace di fermare il male prima che diventi un nuovo Golgota.
La crocifissione, così interpretata, invita a non ridurre il male a “necessità storica” o a “stato di eccezione”, ma a riconoscerlo come colpa da cui si potra’ uscire solo attraverso responsabilità e giustizia .

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