In questa drammatica situazione internazionale , in un Italia divisa da una diseguaglianza sociale crescente, di tutto avremmo avuto bisogno tranne che di un clima politico interno esacerbato dall’ennesima campagna e battaglia ideologica attraverso il piu’ populista degli strumenti di costruzione e verifica del consenso: il referendum , un SI o un NO.
Uno strumento diventato veicolo e moltiplicatore della attuale logica binaria e dell’ algoritmo, studiata,come recentemente ricordato da Leonardo Bechetti, per dividere ed esasperare i conflitti del discorso pubblico nell’era della societa’ digitale.
Uno strumento che costringe alla polarizzazione e semplificazione e che pretende di ridurre la complessita’ dei temi politici in questo caso della giustizia e dei poteri di organi costituzionali.
Previsto dalla Carta nel 1948 per riforme costituzionali approvate in Parlamento con una maggioranza inferiore ai due terzi, e’ diventato una trappola che difatto impedisce o rende difficili approvare proposte di riforme che da tempo vengono votate solo da una maggioranza limitata, di solito dalla parte governativa , forzando e scommettendo poi su un consenso trasversale al di la dell’orientamento dei partiti.
Uno strumento di garanzia e partecipazione diretta si e’ cosi trasformato da tempo in un tentativo di rivalsa di una parte politica, di volta in volta a destra o a sinistra, che sconfitta in Parlamento vuole una rivincita nelle piazze, chiamando a sè la “volontà del popolo”.
Stiamo assistendo ad una pessima campagna referendaria con una serie di falsità ed esagerazioni propagandiste , una supposta alternativa tra chi si dichiara baluardo di un imminente pericolo fascista e chi grida alla dittatura delle procure e dei giudici comunisti di berlusconiana memoria: slogan, anatemi e proclami che nulla c’entrano con il merito della questione e di un rapporto malato tra politica e giustizia penale che nel nostro Paese dura da piu’ di trent’anni.
Se si dovesse guardare alle coerenze e alle posizioni passate di questo o quel partito politico o di questo o quel sostenitore non si salverebbe piu’ nessuno, essendoci state nel corso del tempo, rispetto agli stessi temi, posizioni diverse a seconda dell’ opportunita’ politica del momento, come e’ ovvio.
La verità è che le proposte di riforme si dovrebbero valutare per ciò che sono, non in base a chi le sostiene o facendo i processi alle intenzioni. Altrimenti si trasforma ogni dibattito e confronto in una guerra ideologica e non certo sul futuro delle istituzioni, secondo un infantilismo politico autolesionista dal quale si esce tutti sconfitti.
E’ dal fallimento della Commissione Bicamerale D’Alema che va avanti cosi’.
Alla fine, in queste tornate elettorali si mobilitano le solite parti di apparati politici , sindacali e i loro referenti , intellettuali engage’ , artisti , scrittori e la gran cassa di un giornalismo e di format ormai inascoltabili, dove sempre gli stessi invitati recitano da anni lo stesso prevedibile copione.
Come e’ stato scritto, ascoltando il dibattito e il discorso pubblico ciò che colpisce non è solo la debolezza delle proposte politiche, ma l’ esclusiva ossessione per il dato elettorale, la possibilità di vittoria, gli scenari di caduta del governo o di sconfitta delle opposizioni.
Non una visione strutturale del Paese, non un’idea di trasformazione a lungo termine.
Una politica ridotta a strategia tattica permanente diventa attesa dello scandalo, della frase su cui polemizzare, calcolo sul logoramento dell’avversario, capitalizzazione su ogni situazione di crisi.
Questo atteggiamento finisce per produrre una politica dove non si governa il discorso pubblico, lo si rincorre. Non si propone una linea una visione , si legge e si utilizza ogni evento come possibile leva elettorale.
Temi seri, complessi e drammatici come una guerra o la giustizia e il sistema di equilibrio dei poteri vengono letti alla luce di quanto possono rendere politicamente alle forze politiche contrapposte.
Di queste dinamiche il referendum oggi ne rappresenta l’esasperazione piu’ parossistica.
Lo dimostra la quasi totale assenza , rispetto al passato, di confronti e dibattiti tra le due posizioni, mentre ognuno lavora a mobilitare il fideismo del proprio elettorato di riferimento, le proprie bolle ed echo chambers su i social media e nello spazio virtuale.
Così l’antifascismo stesso, scomodato con forza sia in questo che nel precedente referendum ” Renzi” , smette di essere un valore storico e civile condiviso.
Ogni passaggio alle urne non è più un’occasione di confronto democratico, ma una chiamata alle armi identitarie contro il nemico di turno. Non si discute nel merito, non si argomenta: si schierano le tribù.
In questo schema, l’evocazione di un clima da resa dei conti, da ” après nous, le déluge “, non serve a difendere la democrazia. Serve solo a mobilitare per paura, a conservare posizioni di potere e interessi costituiti.
Ed è proprio in questo uso strumentale e ossessivo che i valori della democrazia si svuotano di senso. Non si difendono , si consumano.

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