Figlio dell’uomo, / Non si può dire né immaginare perché si conosce solo / un cumulo di immagini infrante”. T.S.Eliot The Waste Land.
La Terra desolata” di T.S. Eliot, pubblicata nel 1922, ritrae il paesaggio spirituale e morale di un europa post-bellica, simboleggiando la frammentazione della civiltà moderna dopo la Prima guerra mondiale
L’immagine di una terra arida, abitata da figure spettrali con richiami mitici ai temi di una redenzione mancata che potrebbero riecheggiare le pianure bombardate, dove la vita quotidiana è sospesa in un limbo: una potente e ineguagliata trasfigurazione livida e simbolica della guerra, che ritorna guardando le immagini di certi paesaggi e certi passaggi dell’ Ucraina di questi quattro anni.
Immagini che hanno in comune quell’ orrore come violenza e accanimento sul corpo degli inermi, dai bombardamenti sulle case, le scuole e gli ospedali, le fosse comuni di Bucha, i corpi lungo le strade, nei cortili , nelle case.
Se cosi fosse e se la misura del tutto fosse la morte iniqua anche di una sola persona, non vi è dubbio che oggi ci troveremmo di fronte alla sconfitta dell‘umano.
La durezza dei tempi occorrerebbe di un pensiero e di persone una classe politica e dirigente adeguata al momento e che invece mancano.
C’è addirittura chi ha finito con il ” comprendere” la guerra imposta dall’invasione russa screditando la coraggio reazione difensiva degli ucraini, immemore di cosa fu’ , nel suo concreto attuarsi , la resistenza italiana ed europea di 80 anni fa.
Si sono date credito a tutte le false notizie e le mitografie fatte circolare ad arte dalla propaganda del regime russo : da fantomatici negoziati respinti , a supposte minacce della Nato alla Russia che invece da decenni, dalla base di Kaliningrad sul Mar Baltico, aveva installato missili puntati contro le principali capitali europee.
Nella svolta impressa dalla presidenza Trump sul conflitto, abbiamo dovuto assistere anche all’irruzione dell’estorsione e del ricatto finanziario alla dignità della nazione ucraina e dei suoi abitanti
Mancano oggi poteri capaci di trattenere il male. Il katechon di cui scriveva San Paolo
Bisognerebbe innanzitutto capire come si è arrivati a tutto ciò, come la costruzione anche aspra di un consenso è stata sostituita dalla logica del rancore e delle rivalse violente, perchè riemerga sul piano geopolitico, il ritorno alla logica della pura forza dello stato e della guerra come arcana imperi,
Nonostante la propaganda putiniana , che tanto ascolto trova in Italia, la cosiddetta vittoria contro Mosca consisteva e consiste solo nel respingere e contenere l’invasione, difendere la propria integrità territoriale non certo la velleità suicida di sconfiggere la Russia atomica,
E il presidente Zelenskiy per il solo fatto di non essere fuggito e di aver combattuto per la libertà del suo paese, resterà nelle coscienze del mondo in una posizione imparagonabile rispetto a chi l’ha aggredito.
Tutto può ancora avvenire, abbiamo assistito alle mosse maldestre di Trump, contro l’ Europa e fiancheggiando la retorica di Putin, per porre fine al conflitto , ma a quale fine ? a che condizioni?
Apparteniamo ad una generazione che nel 1989 è andata a raccogliere i pezzi del muro di Berlino in frantumi , sperando nell’arrivo di una storia nuova che non è mai arrivata.
Abbiamo visto di nuovo la guerra e poi Srebrenica e poi la speranza della pace tra i grandi e poi ancora lo schianto delle Torri Gemelle con le sue tremila anime e ancora guerre e l’Iraq e il Medio Oriente di nuovo in fiamme, poi in Ucraina ancora le fossi comuni. Quante Srebrenica , quante Bucha , può contenere la storia dell’uomo?
Arrivati a questo punto pensieri millenaristici potrebbero mettere in dubbio il valore assoluto della nostra presenza come civiltà, del resto fu Claude Levi Strauss a pronunciare su questo parole definitive “il mondo è cominciato senza l’uomo e finirà senza di lui “.
Ma oggi siamo ancora qui e non possiamo limitarci ad evocare il male , la compassione e l’ empatia, la condivisione con la sofferenza e le vittime, giudicando senza assumersi mai responsabilità occorre lavorare a soluzioni politiche perchè le sole parole ed appelli non fermeranno le guerre, non le hanno mai fermate.
L’Europa politica emersa dopo il 1945, fu libera di concentrarsi su questioni interne politiche ed economiche, grazie alla garanzia di sicurezza esterna offerta dagli Stati Uniti attraverso la NATO,
Questa protezione americana, esemplificata dal Piano Marshall che fornì aiuti economici per ricostruire l’Europa occidental, permise di escludere la dimensione delle politiche di difesa dal processo di integrazione europea.
L’adesione alla NATO dei membri fondatori, seguita dall’allargamento progressivo rese innocue le modeste forze militari nazionali post-belliche, evitando minacce reciproche tra ex nemici come Francia e Germania.
La democratizzazione profonda, con transizioni come quella spagnola dal franchismo o portoghese dalla dittatura salazarista e quella greca dai colonneli, trasformò gli attori politici, creando uno spazio pacificato dove nessuno si percepiva minacciato dagli altri
All’interno dell’UE non è mai esistito spazio né ruolo per la guerra, e il continente europeo con una sua forza attrattiva intriseca superava i suoi confini istituzionali, proteso verso aree contese come i Balcani o il Caucaso.
Dopo il 1989, con la caduta del Muro di Berlino, l’UE ambì a un’egemonia regionale “disarmata”, promuovendo l’immagine di “potenza civile” teorizzata da Romano Prodi e Joschka Fischer nei primi anni 2000, attraverso allargamenti come quelli del 2004 e 2007
Convinta del suo modello attrattivo , esportare la democrazia sulla base dei cosiddetti criteri di Copenhagen , l’UE ignorò, lasciando ad altri, l’utilizzo della forza come dimostrato dall’intervento nelle guerre balcaniche affidato alla Nato.
Prevalse una rimozione culturale dell’esistenza dei rapporti di forza e e del permanere di strutture di potere ostili, ignorando alla fine i dispotismi post-Guerra Fredda emersi in molti stati della ex Urss o nella Russia stessa, dove la democratizzazione , ma non il capitalismo da rapina, fallì miseramente dopo il crollo sovietico del 1991.
Le politiche di vicinato, lanciate nel 2004 con l’ENP (European Neighbourhood Policy), attrassero i paesi mediterranei (Algeria, Marocco, Tunisia, Egitto) e orientali senza però prospettive di membership piena, offrendo partenariati economici.
Queste strategie, ispirate al “vicinato allargato” di Javier Solana, puntarono su aiuti e accordi di associazione, ma fallirono con la Primavera Araba , dove Tunisia e Libia ed Egitto furono travolte dal caos anziché progredire in una stabilizzazione democratica.
Queste strategie si scontrarono alla fine , ad est , nella incomprensione di una rinnovata pretesa di egemonia russa, sempre più assertiva: il Cremlino, sotto Putin dal 2000, sfruttò l’integrazione economica globale e la retorica imperiale culminata nell’annessione della Crimea nel sostegno ai separatisti del Donbass e nell’invasione su vasta scala dell’Ucraina .
Due visioni hanno attraversato ad un certo punto la storia dello spazio continentale europeo: quella russo-imperiale, vetero-sovietica e violenta – con le repressioni interne del dissenso e e la fine del pluralismo democratico –, contro quella UE pacifica ma economicamente interessata, basata su interdipendenza energetica (Nord Stream 1 del 2011 e raddoppio 2022) e un soft power, che si illuse di “disarmare” Mosca attraverso un engagement nell’economia di mercato.
Ma di fronte al riemergere delle minacce di un conflitto reale senza possibilità di adeguare rapidamente capacità militari , non in grado di potenziare una deterrenza collettiva, la Ue si è infine esposta a ricatti energetici e aggressioni.
E la guerra , quando arriva, non necessita di una volontà bilaterale: basta l’aggressore per imporre un agenda fatta di una sola alternativa: resistenza o resa.
Riconoscere la guerra come possibile nella regione richiedeva non solo aiuti all’Ucraina ma riforme radicali: solo un Europa politicamente unita coesa e in grado di esprime un unica politica estera e di difesa avrebbe potuto evolvere da “disarmata” a resiliente, preservando la civiltà pacifica contro il revanscismo.
Nel 2025, l’Ucraina si è rivelata un laboratorio aspro di contraddizioni globali: un Paese al buio e al freddo, con infrastrutture energetiche sistematicamente devastate da missili russi, eppure animato da una resistenza quotidiana che ha sfidato ogni previsione
I segnali sono inequivocabili: le democrazie occidentali arrancano, divise tra supporto militare e timori di escalation, mentre il “solido nulla” a cui è ridotto il diritto internazionale – quel vuoto tra Carte ONU e veti perpetui – ha spalancato le porte a un ritorno di “giochi antichi” di sfere d’influenza.
Abbiamo visto di persona in città come Kharkiv e Kyiv non realtà passive, ma poli vitali: mercati affollati, caffè aperti, persone al lavoro, una coesione civile che affronta le bombe con le sirene, le reti anti droni e i generatori nelle case.
Qui la guerra trascende l’astrazione mediatica e si fa carne viva: dal ripristino dai blackout invernali che oscurano ospedali, ai ritiri tattici che salvano vite senza arrendersi. Dopo quasi quattro anni questa resistenza è etica prima che armata, radicata in una società che rifiuta il ruolo di vittima sacrificale.
Politicamente il 2025 e il cosidetto “inverno prossimo venturo” non era solo climatico: prefigurava negoziati trumpiani che sacrificavano Kyiv per placare Mosca, legittimando il putinismo come “realpolitik”.
L’UE pur avendo il potenziale per incidere – con soft power e risorse – ha esitato , gli USA di Trump, hanno spinto per un cessate il fuoco pragmatico, ignorando, tutti , l’articolo 2 della Carta ONU – quel divieto di uso della forza ormai carta straccia – secondo un revival di sfere d’influenza novecentesche che avrebbe voluto ridurre l’Ucraina a pedina tra Russia e potenze emergenti.
Le vecchie categorie – Guerra Fredda, bipolarismo – si sono rivelate obsolete mentre la denunciata impotenza del diritto internazionale non è stata una novità – riecheggiava già nella Bosnia aggredita e nell’assedio di Sarajevo – ma in questi anni si è ulteriormente ufficializzata e cristallizzata: risoluzioni ONU paralizzate, Corti di giustizia ingnorate, sanzioni eluse.
L’Ucraina ha retto grazie agli aiuti e ad una narrazione ed una forza ibterns materiale, di risorse e di dignità. Ora , superato il quarto anniversario si entra in una fase di incertezza prolungata con fronti stabilizzati in un conflitto apparentemente congelato.
Vi è chi preme per una “pace armata” con ridisegnate linee del fronte (Crimea e Donbass de facto russi), sanzioni allentate e garanzie NATO differite.
Putin, vincolato da perdite umane ingenti e dall’ isolamento economico, opterebbe per il consolidamento, ma rischierebbe instabilità interna se apparisse sconfitto
Eppure, la resistenza ucraina – coesione civile, tech-innovazione suggerirebbe traiettorie positive: se l’UE e le istituzioni internazionali investissero in una “pace plus” (sviluppo + sicurezza), l’intera area dalle vecchie capitali europee a Kiyv potrebbe diventare uno spazio aperto unico, plurale e pacificato.
L’Ucraina si trova così ad essere specchio di un mondo post-unipolare, dove la forza del diritto vacilla ma le donne e gli uomini resistono.
La libertà passa da Kyiv e la pace nascerà da resistenze intrecciate, non da trattati calati dall’alto , dal continuare ad avere il coraggio ancora oggi, come scrive Barbara Stefanelli, di guardare il vuoto delle case sventrate, e anche dei treni e dei bus passeggeri colpiti dai missili , i bambini increduli che non capiscono, i genitori che provano a parlare d’altro, le brandine e i sacchi a pelo nelle metropolitane per passare la notte, la fatica dei soccorritori , il coraggio di una generazione disposta a sacrificare la propria vita e costuire una rinnovata identità personale e collettiva nella difesa del proprio paese, che speriamo trovi davanti a sè il coraggio dei pacificatori , quello di unirci per pretendere il miglior accordo possibile, trovando politicamente il momento e la forza di agire.

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