Foibe : il giorno del ricordo e il peso del passato


A lungo rimosse dalla memoria collettiva del paese, la tragedia delle foibe, cioè gli arresti , i processi sommari e le uccisioni di migliaia di italiani da parte di forze partigiane , dei servizi militari e della polizia politica jugoslave , molti dei quali poi gettati nelle cave carsiche e l’ esodo delle popolazioni italiane dall’Istria e dalla Dalmazia, hanno trovato un loro tardivo riconoscimento pubblico nella Giornata del Ricordo del 10 febbraio istituito nel 2004.

La scelta della data con una discutibile vicinanza alla Giornata della Memoria è stata, comunque la si interpreti , una stonatura perché il 10 febbraio del 1947 non corrisponde ad un ricordo tragico di quei crimini ma alla data nella quale vennero firmati gli Accordi di Pace a Parigi che chiusero la seconda guerra mondiale.

Certo quegli accordi assegnarono, eccetto Trieste, i territori parte del Regno di Italia fino al 1943 alla Jugoslavia sostenuta da Alleati e Unione Sovietica, ma essi furono le conseguenze inevitabili della pace di un Italia fascista alleata della Germania che aveva perso (per fortuna) la guerra.

Ma le foibe non sono consequenziali a quel 10 Febbraio, gli eccidi avvennero nell’autunno del 1943 e nella primavera del 1945 e furono il frutto velenoso tragico e criminale della guerra e delle drammatiche vicende che interessarono i confini orientali in quei decenni.

Favorito dal clima post 1989 e reso allora attuale dalla violenta dissoluzione della Jugoslavia, ricordiamo che i primi lavori che riaprirono un dibattito pubblico sul tema furono le ricerche di studiosi proprio dell’ Istituto di Storia del Movimento di Liberazione del Friuli Venezia Giulia, raccolte nel volume di Giampaolo Valdevit, Foibe : il peso del passato.

Vi furono inoltre significativi atti politici come la scelta nel 1989 della segreteria del Partito comunista di Trieste di recarsi in visita alla foiba di Basovizza fino all’ incontro al Teatro Verdi di Trieste nel 1998 con Luciano Violante Presidente della Camera e Gianfranco Fini di Alleanza Nazionale e culminato ai giorni nostri nell’incontro tra il Presidente Mattarella e quello sloveno Pahor nel luglio del 2020.

Poi ancora il contributo della storiografia slovena e il Rapporto di Ricerca del 2000 della Commissione mista storico culturale italo slovena istituita nel 1993, che rappresentò il primo tentativo di costruire una memoria storica condivisa dopo un secolo di tragiche contrapposizioni.

A fronte di questo processo di progressiva consapevolezza e riscoperta di una storia rimossa, 80 anni dopo è stucchevole ed incomprensibile che ogni anno, in occasione di questa giornata, in ambienti di sinistra minoritari ma diffusi, con la scusa della contestualizzazione, si tenti ancora di sminuire , giustificare e non riconoscere la gravità di quegli eventi, veicolando versioni e interpretazioni accomodanti, frutto di pregiudizi ideologici oppure contrapponendo alle foibe le repressioni nazifasciste contro le popolazioni slave, in una sorta di aberrante logica compensatoria.

cosi come in parte della destra italiana e tra esponenti di alcune associazioni degli esuli si rimuova ancora l’evidente connessione storica di quegli eventi con la partecipazione dell’Italia fascista all’occupazione del regno di jugoslavia e la successiva alleanza con i nazisti nella cosiddetta Area di Operazione dell’ Alto Adriatico ed i crimini da loro commessi su quei territori

Sono polemiche e strumentalità politiche legate ad altri fini , che si rifiutano di riconoscere le storiografiche acquisite nel corso degli anni, e che mostrano il nervo scoperto di un Italia che sembra non aver fatto i conti fino in fondo con il proprio passato.

I portatori delle tesi giustificazioniste e comparative tradiscono spesso una lettura immaginifica, idilliaca della liberazione partigiana jugoslava che in realtà, sin dall’inizio, si caratterizzò anche come una violenta guerra civile interna , tra le varie componenti nazionali presenti nel paese e le loro formazioni militari , gli ustascia croati alleati dei nazisti , i monarchici , i cetnici serbi.

Dopo il crollo della Jugoslavia , si venne a sapere , grazie alle memorie e al lavoro degli storici , che ancora a guerra terminata vi erano campi di prigionia e tortura, il più importante quello di Borovnica in Slovenia , dove finirono soprattutto i prigionieri militari, ex internati e anche civili italiani, arrestati nel periodo di occupazione jugoslava della Venezia Giulia, molti dei quali vennero torturati e uccisi.

che sin dalla conquista dei territori nel 1944 e 1945 , le forze partigiane e politiche comuniste oltre ai militari collaborazionisti prigionieri di guerra (uccisi a migliaia nei cosiddetti Massacri di Kočevski rog ) arrestarono e liquidarono anche oppositori cattolici, liberali, di forze democratiche, nazionaliste che avrebbero potuto costituire in futuro un fronte di opposizione alla potere socialista.

Non è pertanto infondato riconoscere la probabile verità storica acquisita nel tempo, che le foibe siano state oltre che una violenta repressione e vendetta sommaria , un azione di pulizia etnica preventiva contro la comunità’ italiana, al fine di sradicarla per strutturare e legittimare e imporre con la forza il nuovo ordine e il nuovo potere comunista titino

Le vicende tragiche dei confini orientali tra il 1943 e il 1945 non sminuiscono in nulla il valore e la storia della sinistra e dei comunisti italiani nella Resistenza e nella storia della Repubblica italiana,
cosi come riconoscere che, non solo esponenti dell’apparato statale fascista, ma migliaia di italiani incolpevoli furono vittime della repressione jugoslava, non significa volere rilegittimare a posteriori il nazifascismo o sottacere la complicità dell’ Italia mussoliniana nella guerra a fianco di Hitler o nei crimini commessi sul fronte balcanico.

A tal proposito non possiamo non ricordare la Risiera di San Sabba unico campo di sterminio nazista in Italia, dove tra l’autunno del 1943 e la primavera del 1945 , vennero eliminati tra le 3 e le 5mila persone in larga parte ebrei , prigionieri politici ed appartenenti alla resistenza: un ex opificio e poi caserma che si trovava non in mezzo al nulla, ma alla periferia sud di Trieste.

Il successivo dramma dell’esodo di gran parte delle comunità giuliano dalmate ( circa 250 mila persone ) dalle loro terre, dalle citta di Pola, Fiume e Zara, dalle isole del Quarnaro e dalla penisola istriana, passate sotto il controllo jugoslavo, esodo che poca solidarietà trovo nel resto d’Italia appena uscita dalla guerra , ha costituito , oltre alle sofferenze personali, un momento di frattura e di cesura nella storia dell’alto adriatico;

perchè con la sostanziale cancellazione di un intero gruppo nazionale, quello italiano, venivano meno le radici e una presenza sociale e culturale , di popoli , storie e memorie che risaliva alla romanizzazione e che non era stata mai intaccata nonostante i numerosi precedenti cambi di sovranità dei territori della cosiddetta Venezia Giulia e delle coste dalmate

La questione jugoslava venne sostanzialmente rimossa dall’agenda politica pubblica italiana e riconsegnata solo ad una dimensione locale e nella memoria delle associazioni degli esuli o di scrittori come Sgorlon, Tomizza, Marin e Stuparich ; potè essere riaffrontata solo dopo il 1989 , quando vennero meno i condizionamenti internazionali e mutato il contesto politico .

Contesto che aveva indotto l’italia per decenni a non affrontare e mettere la sordina a quelle vicende tragiche per evitare di dare spazio alla propaganda nazionalista antislava e anticomunista, per mantenere buoni rapporti con la jugoslavia titina non allineata, riconosciuta come elemento di stabilità in Europa , anche perchè Belgrado considerò sempre le foibe e l’esodo non come un argomento di confronto ma come provocazioni che potevano compromettere le relazioni bilaterali e internazionali.

Furono tempi tragici, di mobilitazioni totali , di fuoco e sangue di autoritarismi e terrore , in cui la violenza era parte costituiva dell’ esperienza collettiva di quelle società e di quella storia e che non possono essere valutati con lo sguardo e il metro di oggi.

Ma il tempo di guerre totali che stiamo attraversando in questi anni, dovrebbe ricordarci che quelle tragedie possono ritornare, nessuno può ritenersi immune dai regressioni e involuzioni.

A tal proposito ricordiamo ancora con inquietudine quando negli anni 90, al momento della richiesta di adesione della Slovenia alla Unione Europea, ci fu chi a destra nel governo Berlusconi e negli ambienti degli esuli propose di condizionarla ad una revisione o cancellazione dei Trattati di Osimo che nel 1977 avevano chiuso la controversie territoriali tra i due paesi, e venne posto un veto poi fortunatamente rimosso dal Governo Prodi.

Rimettere in discussione in quegli anni i confini orientali con la guerra in corso nella ex Jugoslavia, in Bosnia, con nazionalismi aggressivi imperanti risorgenti nell’est europeo , possiamo facilmente immaginare dove ci avrebbe condotti.

Mantenere la memoria di tragedie del passato unita all’onesta e rigore intellettuale e morale di riconoscere le verità storico fattuali per quello che sono , senza se e senza ma, e le responsabilità’ di chi quei crimini li ha compiuti , possono essere un antidoto prezioso perché non si ripropongano.

Come dice Gesu’ nel Vangelo di Giovanni “conoscere la verità vi farà liberi”.


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