Popoli in rivolta contro i loro regimi, un America che rischia una guerra civile a bassa intensità, dove si spera ancora nella reazione sia dell’ opinione pubblica che nella tenuta di poteri eredi del liberalismo costituzionale, resistere in attesa di elezioni di medio termine che forse ridimensionino Trump.
Un caos che sembra segnare non un disordine ma il dissolvimento dell’ insieme delle relazioni. Una sfida per le democrazie politiche, già attraversate da un processo trasformativo profondo, di fronte a un nuovo inedito rapporto tra masse e politica veicolato anche dalla società digitale, dove meccanismi di salvaguardia e di libertà potrebbero svanire di fronte all’agglutinamento del potere in nuovi modelli autoritari.
Pericoli frutto inevitabile e conseguente anche dello smottamento dell’ordine internazionale e degli equilibri geopolitici provocati dalla guerra in Ucraina e dal successivo riaprirsi della ferita medio orientale e come effetto domino e imitativo di altre faglie e punti di rottura.
E in questo passaggio di fase le democrazie dovranno imparare anche a proteggere se stesse dalle sfide che avranno innanzi.
Perché se si elimina qualsiasi relazione etica come guida nella costruzione di relazioni politicamente significative e rimangono solo i rapporti di forza, lo sbocco ultimo di una politica internazionale ridotta a sfere di influenza ed egemonie da difendere, alla fine storicamente è sempre stata una nuova guerra totale.
Per questo dovremo fare delle politiche di difesa e di prevenzione e contenimento della violenza una parte fondante della politica estera
Una sfida inedita, soprattutto per l’Italia, dove questi temi sono sempre stati sottaciuti e rimossi per una tradizione culturale radicata, per l’ influenza e la presenza diffusa di ideologie, correnti di pensiero, culture politiche lontane da questi temi e orientamenti.
Un eredità frutto della storia repubblicana e del protagonismo dei grandi partiti di massa, una storia nobile che sta inevitabilmente provocando discussioni anche laceranti ma è un passaggio inevitabile e ineludibile.
Un insieme di storia tradizioni e movimenti da sempre attente all’ emancipazione dei popoli che paiono oggi confuse senza più le coordinate e la capacita’ di riconoscere politicamente le varie lotte dei giovani delle donne, dei popoli nel mondo a favore della democrazia della libertà e dei diritti umani e della difesa dei propri paesi dall’Ucraina all’Iran dal Caucaso al Sudan a certi regimi populisti latinoamericani. È evidente che se passa questo vuoto a muovere la politica rimangono solo la difesa degli interessi costituiti e il controllo delle risorse.
Ma l’evidente strumentalità con la quale oggi e in passato si è usata in occidente la difesa dei diritti umani per nascondere politiche di potenza non può essere albi per non riconoscere e sostenere le legittime aspirazioni dei popoli a vivere in democrazia e in uno stato, in una comunità che ne tuteli i loro diritti e le libertà.
Ma come sempre nel dibattito pubblico quando prevale disorientamento e incertezza, quando non si ha una fisionomia chiara , quando occorre pensare a quello che sta succedendo repentinamente attorno a te, quando manca il coraggio della politica e di gruppi dirigenti, ci si appella tutti alla piazza salvifica che e’ salvifica solo nelle intenzioni e che dura l’ espace d’ un matin e il tempo di darne comunicazione ai social media.
Ma chi ha responsabilità e rappresentanza politica, chi ha ruolo istituzionali, di guidare partiti, nei parlamenti, ha il dovere di indicare proposte e soluzioni, di trattare i cittadini da persone adulte e non limitarsi a strumentalizzare e assecondare le legittime paure e insicurezze della gente.
Oggi tutto sembra più difficile, non a caso il vero scontro di potere della guerra ibrida in corso, attraverso la disinformatja e le fake news e’ la costruzione pre-politica del consenso nelle opinioni pubbliche, in modo da preparare il terreno e l’ orientamento a favore o in sfavore di un fatto o di una decisione da prendere prima che esso accada,
Non a caso si registra nel sentire comune dei paesi che la guerra non la stanno subendo direttamente, un consenso ad accordarsi ai più forti. Un substrato consolatorio e rassegnato di un europeismo, simbolico, dei buoni valori e sentimenti ma indisponibile a delle scelte necessarie.
E’ la forza ma anche la grande debolezza e il tallone d’Achille della democrazia che deve rendere conto ai suoi cittadini della guerra e della pace, rispetto a regimi che non hanno scrupoli nel mandare al macello un milione di soldati, imprigionare e uccidere oppositori e giornalisti
Questi sono momenti, dove occorre esercitare l’etica della responsabilità, non quello di compiacersi solo delle proprie morali convinzioni personali o applaudire quelle altrui, tutte nobili
Momenti storici cruciali dove vanno prese decisioni qui e ora. Ci siamo arrivati male e tardi ma alle persone bisogna raccontare la verità e la realtà per quello che è non per quello che vorremmo che fosse. Tutto è sicuramente discutibile ma per migliorarlo bisogna mettersi al tavolo e non chiamarsi fuori.
La politica della diplomazia e la politica di difesa sono da sempre le due facce della stessa medaglia della politica estera, non esiste una senza l’altra.
Nelle democrazie una presa di posizione assertiva degli stati di fronte a crisi e minacce è il presupposto della diplomazia ed è una garanzia di mantenimento e difesa della pace ; l’opposto, smussare, assecondare , non cogliere le provocazioni, l’appeseament è esattamente quello fallimentare che ad esempio l’Europa mise in campo con la Russia fino alla crisi del 2022 e siamo arrivati al quarto inverno di guerra in Ucraina
Davanti a questo scenario non si capisce come il tema della difesa e della deterrenza di una nazione (di un’alleanza, di un’unione) sia un tema che divide anziché essere unificante e trasversale agli schieramenti di una democrazia.
A guardarlo senza pregiudizi, dovrebbe essere uno dei prerequisiti della stessa esistenza di un Paese libero, democratico, dotato di una Costituzione, di principi, valori per la quale i nostri partigiani hanno combattuto sacrificando le loro vite 80 anni fa.
Nessuno Stato, nessuna organizzazione internazionale fino all’ONU, ha mai pensato di far rispettare i principi del proprio diritto interno e internazionale, senza prevedere la possibilità, non la necessita’ ma la possibilità, di utilizzare anche le forza legittima.
Un secondo equivoco da chiarire è quelli di dirsi per onestà intellettuale che la UE non intende aggredire nessuno, né militarmente né in altro modo.
La deterrenza, il rafforzamento della difesa europea, nei nostri stati sotto il controllo e la decisione dei parlamenti, sono elementi non per muovere guerra a qualcuno (cosa per altro vietata in Italia dall’art 11 della Costituzione) ma sono elementi posti a corollario del sistema di regole delle nostre libertà, servono a garantirne il rispetto quando se ne violano la sovranità e l’integrità.
Un architettura di sicurezza che permette anche alle nostre democrazie di tutelarsi soprattutto in un mondo contemporaneo in cui se non sei seduto al tavolo probabilmente è perché sei parte del menù.
Ma sopratutto nulla in questi anni, nemmeno in queste ore ha mai impedito e impedisce ai soggetti in campo di tentare una via diplomatica per la soluzione dei conflitti, se vi è la volontà politica, tentativi che avvengono sempre a guerre in corso o in duri confronti politici aperti.
L’unica soluzione possibile per rendere le sanzioni efficaci non è urlare al diritto internazionale violato, ma far di tutto per fermare realmente queste derive e violazioni.
Diventare adulti politicamente, superare la linea d’ombra significa anche dover affrontare accadimenti nella storia che mai avremmo voluto affrontare e decisioni che mai avremmo voluto prendere.
Questo e’ il crinale che dovremo superare. Insieme.

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