La fine di un mondo

” Un mondo monotono e meschino ci mostra , ieri e oggi, domani e sempre, l’immagine nostra: un oasi di orrore in un deserto di noia”. Charles Baudelaire

Dopo aver ascoltato Alessandra Morelli , Nello Scavo,  Pier Virgilio Dastoli   all’evento di presentazione della Carovana della pace organizzato dalle ACLI provinciali di Milano, mi chiedo sinceramente se siamo consapevoli della destrutturazione e del cambiamento di paradigma epocale che stiamo attraversando, destrutturazione che rappresentava la cornice di riferimento delle varie testimonianze e interventi.

E in ogni caso il dibattito nella societa’ civile risulta verticalmente alto rispetto alle penose dinamiche in corso nella politica italiana,  fatta qualche rara eccezione.

Si e’ squadernato ormai davanti agli occhi quello che pochi di noi avevano intuito gia’ all’ inizio della invasione ucraina ormai 4 anni fa: traslato nel tentato golpe contro il premier Zelens’kyj e il suo governo legittimo, l’obiettivo politico eravamo noi.

C’è una saldatura senza precedenti tra oligarchi, autocrati, quello che dicono e pensano ormai non è più neanche sussurrato. È esibito.

Nelle giornate in cui si ricorda l’ottantesimo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani frutto della piu’ alta eredita’ della cultura politica liberale illuminista , democratica e del comunitarismo socialista e del personalismo cristiano , nata dall’ esperienza devastante e traumatica della seconda guerra mondiale, riappare la saldatura di un pensiero egemonico e imperialista da est a ovest.

Oggi il mondo sta slittando verso una nuova configurazione tra poli che si stanno contendendo continenti come in una riedizione degli equilibri tra blocchi e zone di influenza di una seconda guerra fredda. Il ciclo storico iniziato con il 1989 e la caduta del muro di Berlino e’ definitivamente alle nostre spalle.

Sembriamo aver interiorizzato il  ruolo soccombente come nei racconti di Thomas Bernard, senza il coraggio e la responsabilita’ politica di elaborare una visione strategica, sempre più esposta alla pressione militare russa a Est e a quella economica e tecnologica cinese a Sud e a Ovest

Se la Russia dovesse consolidare la sua presa sull’est europeo, semplicemente orientandone le politiche e la natura dei processi democratici interni senza bisogno di carri armati, sarebbe la fine della UE per come la conosciamo: il continente si ridurrebbe a stati irrilevanti sul piano globale, condannati a essere margini di imperi altrui.

E a quel punto l’idea stessa di autonomia politica, economica, culturale verrebbe meno , all’ interno di un’alleanza militare destinata a essere superata come asse bilaterale di riferimento nella difesa a favore di una strategia di presenza americana a tutela esclusiva del suo primato.

In modo esplicito si chiede la fine della guerra in Ucraina non come una pace giusta e duratura, ma merce sul piatto in un accordo neo imperiale con Putin,

Ed è teorizzata la necessità di aiutare le forze disponibili a mutare il regime politico prevalente nei paesi dell’Unione, quali che siano i costi del cambiamento.

In termini strategici e diplomatici, è una sfida e una dichiarazione politica di guerra all’Unione europea e fondato sul lavorio continuo per il suo indebolimento

A questo punto dovrebbe essere chiaro che lo spazio per i discorsi, per la dilazioni, per le buone intenzioni è finito.

Gli europei non hanno alibi per rifiutarsi ancora di considerare l’omogeneità politica e personale di convergenza Trump-Putin come un fattore strategico decisivo e di svolta, della costellazione politica dominante.

Per questo stride che una parte del nostro dibattito pubblico italiano continui a vivere in immaginari anni trenta denunciando un vecchio fascismo inesistente, trasformato in comodo fantasma identitario utile a mobilitare quel che rimane dei propri elettorati di riferimento, ma e’ una narrazione che serve solo a distogliere lo sguardo dal pericolo reale e dalla assunzione di responsabilità’ che ne deriverebbe alle classi dirigenti tutte.

Mentre appunto tutto ciò che oggi definisce la modernità, il costituzionalismo, la democrazia liberale, la sovranità popolare, tre secoli di avanzamento civile — questo si e’ realmente sotto attacco da forze che non hanno nulla di nostalgico, ma anzi pretendono di archiviare definitivamente l’eredità dell’Occidente.

La dinamica è una competizione brutale tra potenze, non una rievocazione stanca del Novecento. E dovremmo pensare a questo — ai rapporti di forza, alle faglie geopolitiche, alle nostre vulnerabilità strutturali — capire con lucidità’ quali sono i processi da innescare per creare le precondizioni politiche per arrivare alle “paci”.

L’unico vero rischio è che, mentre recitiamo una parte che ci fa sentire moralmente superiori, rischiamo di perdere tutto il resto.

l’Unione, se esiste, è chiamata oggi all’azione politica e alla definizione rapida di un suo spazio strategico, muovendosi nel mondo cosi com’è, con le armi della diplomazia, del commercio, della difesa strategica.

Ogni altra scelta, cioè un fermo immagine mascherato da  disponibilità a difendersi al fianco di un alleato che non ne vuole più sapere, o declamare una terzieta’ e un neutralismo astratto, sarebbe semplicemente la conferma che l’Europa come entità politica autonoma ha concluso il suo ciclo

E’ iniziata una nuova fase storico-politica né giusta né sbagliata in sé, ma da qui bisogna partire. Hic rhodus hic salta.


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