In questo clima di guerre senza fine, di odio, di avvelenatori di pozzi e di chi desidera nuove notti di cristalli, accade di leggere romanzi il cui senso si amplia anche per il momento storico in cui se ne sfogliano le pagine.
Quando venne pubblicato diviso in quattro parti 2666, il libro dello scrittore cileno-spagnolo Roberto Bolaño, ora scomparso, il nuovo millennio era un bambino appena nato.
Guardavamo con stupore ma anche con inquietudine ciò che stava accadendo. Il terzo millennio nasceva con tutti i segni di crisi e violenza che le guerre nei Balcani degli anni 90 avevano anticipato.
La storia accelera e precipita nel crollo delle Torri Gemelle, catastrofe che segnerà profondamente l’immaginario collettivo.
2-666, il secondo millennio del male, metafora del male assoluto che si spalanca verso un abisso che risucchia tutto, in un’opera simbolica per comprendere le pulsioni omicide che attraversano questo millennio.
La città di Santa Teresa, ispirato alla messicana Ciudad Juárez, un punto focale della violenza globale. Questo luogo descritto alla Baudelaire, come “un’oasi d’orrore in un deserto di noia”, teatro di violenza e femminicidi di massa.
Ma quante Santa Teresa ci sono nel mondo ogni giorno, quante vite infrante nel tempo in cui scrolliamo le immagini sul nostro smartphone?
Il male si manifesta in un luogo di confine, un terreno liminale dove il reale sfuma nell’onirico, quasi a suggerire che il male alberga negli incubi, nelle paure più profonde e misteriose della psiche umana.
Poi la storia ritorna nel luogo dove tutto ha avuto origini: nell’ Europa delle guerre mondiali, nella storia della vita di un alias, Arcimboldi, scrittore e personaggio centrale che diventa il punto su cui si concentrano mitologie letterarie e speculazioni
Non è solo storia di una città o di un singolo personaggio, ma il ritratto del Male nelle sue molteplici forme apparse nel secolo scorso, un male che lambisce come la risacca di un onda e si gonfia fino ai nostri anni.
Il protagonista, un padre infermo – simbolo delle ferite e delle delusioni seguite alla Prima guerra mondiale – vive e racconterà gli orrori della Seconda: la distruzione, la follia, la rovina e la morte.
Il sogno di una madre che salva il diario di suo figlio ebreo in un villaggio della Russia comunista stalinista, per poi andare incontro alla fine insieme agli altri deportati diventa simbolo del ciclo di violenza mimetica e morte che attraversa la nostra storia.
Non ci si limita a raccontare il male, ma se ne scandaglia la natura per capire come esso si manifesta e come ci riguarda personalmente e ci spinge a confrontarci con verità scomode e profonde, invitandoci a osservare un secolo di violenza attraverso una lente cruda e incisiva che riflette in realtà il nostro volto.
Le pagine nel terzo libro elencano centinaia di pagine di uccisioni di donne, tutte con il proprio nome, alla fine degli anni 90, come fossero la sceneggiature thriller delle odierne piattaforme di intrattenimento globale, in un crescendo parossistico ossessivo.
Nel quarto, a ritroso nel tempo, la confessione di una strage di ebrei greci fatta compiere da alcuni ragazzini, l’uccisione del nazista come atto di vendetta e riparazione, la banalità del male di complici e di chi si volta e fa finta di non vedere.
Ma se, con un azzardo personale, sostituissimo i nomi dei luoghi nel romanzo scritto 20 anni fa con Srebrenica, Sarajevo, Kyiv, Gaza, il Sudan, l’Iran delle donne bastonate, la Birmania, la Libia delle prigioni dei migranti, i massacri del 7 ottobre sarebbe molto diverso?
Oggi migliaia di bambini ucraini sono stati rapiti sottratti alle madri, per odiare le madri. Per uccidere le madri. Educati all’uso delle armi, per uccidere padri e fratelli.
Come scrive Sergio Pizzolante, e’ un aberrazione che non indigna.Non c’è moto di coscienze. Non si riempiono le piazze. I cantanti non piangono. Gli attori continuano a recitare, non vi sono trasmissioni, special, giornalisti che gridano. Solo silenzio. Anche i naufragi nel Mediterraneo sembrano caduti nell’oblio.
Siamo alla selezione politica di vittime e indignazione. A tanto arriva la distorsione politico ideologica ma anche l’assuefazione a un diluvio di immagini che non da tregua come se avessimo bisogno sempre di qualcosa in più.
Come se poi chi oggi, senza casa, aspetta il pane a Gaza o prega a Kyiv che un missile non arrivi in silenzio nella notte insonne a rubargli la vita, possa seguire i nostri ragionamenti.
Quando il sangue e le polveri si saranno depositati nel mondo, rimarrà solo lo scandalo della Storia di cui parlava la nostra Elsa Morante e la colpa di chi avendo il potere e i mezzi non ha avuto il coraggio di assumersi la responsabilità politica, morale e il rischio anche del proprio sacrificio, per impedire le inutili stragi.
Come nei racconti di Elie Wiesel, il diavolo è riapparso e non l’abbiamo riconosciuto, anzi abbiamo fatto finta di non riconoscerlo.
” Gesù è il capolavoro. I ladroni sono le opere minori. Perché sono lì? Non certo per mettere in risalto la crocifissione, come credono certe anime candide, ma per occultarla”.

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