La fine di un era?

DAL 1 GENNAIO 2025 IL GAS RUSSO NON ARRIVA PIU’ IN EUROPA.

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L’1 gennaio 2025 sarà ricordato come una data storica per il mercato energetico dell’Europa: per la prima volta dal 1984, anno dell’entrata in servizio del gasdotto Urengoy–Pomary-Uzhhorod, il Vecchio Continente non riceverà gas russo via tubo dopo la fine dell’accordo di transito dell’oro blu estratto nel Paese euroasiatico attraverso le rotte passanti per l’Ucraina.

La rete Uregony-Pomary-Uzhorod trasportava via Ucraina verso la Slovacchia il gas naturale estratto nei giacimenti russi della Siberia, contribuendo per circa il 5% alle forniture dei Paesi europei. La rotta del gasdotto passa attraverso la città russa di Sudzha, che è stata occupata ad agosto dalle forze ucraine durante l’incursione nell’oblast di Kursk.

Come ha ricordato il New York Times, “il gasdotto è stato l’ultimo grande corridoio del gas della Russia verso l’Europa, dopo il sabotaggio del gasdotto Nord Stream verso la Germania nel 2022, probabilmente da parte dell’Ucraina, e la chiusura di una tratta attraverso la Bielorussia verso la Polonia”. Nonostante l’invasione russa del 24 febbraio 2022, il governo di Volodymyr Zelensky ha rispettato l’accordo che negli ultimi cinque anni ha permesso l’entrata di 15 miliardi di metri cubi di gas prodotto da Mosca in Europa fino alla sua scadenza, rifiutandosi però di prendere in considerazione un suo rinnovo.

Questo non significa, tuttavia, la fine del gas russo in Europa: una quota continua a giungere attraverso il mercato del gas naturale liquefatto (Gnl), principalmente in Francia e Spagna, anche se parliamo di forniture ben lontane da quelle degli anni pre-guerra e di un settore in cui Mosca deve affrontare la serrata conseguenza di attori come Stati Uniti e Qatar, che da tempo sono attivi nel contesto europeo.

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Perché l’accordo è terminato?

Kiev da diversi mesi aveva messo in chiaro che l’accordo sul transito di gas russo sul suo territorio non sarebbe stato rinnovato, e anche Vladimir Putin nella sua conferenza stampa di fine anno tenuta il 19 dicembre scorso ha messo in chiaro che Mosca aveva da tempo previsto questo scenario. L’Ucraina ha rifiutato ogni prospettiva di dialogo sui flussi di gas per una due motivi. Da un lato, Kiev è in sintonia con i suoi alleati occidentali nel voler cercare di danneggiare la macchina bellica del Cremlino riducendo i suoi introiti. In quest’ottica, si stima che ben 6,5 miliardi di dollari di incassi possano essere sottratti al bilancio annuale di Gazprom, il colosso energetico russo controllato dallo Stato, privandolo dei 15 miliardi di metri cubi di forniture via tubo all’Europa. Dall’altro, era diventata insostenibile per l’Ucraina una situazione che vedeva al contempo la Russia far fluire il suo gas sul suo territorio e bombardare infrastrutture critiche come gli impianti di generazione e trasmissione dell’elettricità o gli oleodotti non passanti verso il territorio del Paese invasore con l’obiettivo di mettere in difficoltà le forze armate, l’economia e la società ucraina, esponendo la repubblica ex sovietica al gelo dell’inverno. A ottobre il Qatar aveva provato a mediare un accordo volto a impegnare la Russia e l’Ucraina a rinunciare ad attaccare reciprocamente le reti energetiche, possibile premessa per un rinnovo del negoziato sui diritti di transito del gas, ma non se ne era fatto nulla. Kiev ha compiuto dunque una scelta drastica accettando di sacrificare le royalties che i diritti di transito le garantivano di incassare: “Nel 2024, l’85% delle nostre entrate proveniva dal trasporto di gas proveniente dalla Russia. Ciò significa che solo il 15% è incassato dai clienti nazionali”, ha affermato Dmytro Lyppa, Ceo di TSO, l’impresa pubblica che gestisce la rete energetica ucraina, annunciando sul finire del 2024 che le tariffe di transito sul suolo nazionale sarebbero quadruplicate per sopperire ai mancati ricavi garantiti da Gazprom.

Quali saranno i Paesi più colpiti?
A livello europeo, la sottrazione del 5% delle forniture che comporta la fine dell’accordo di transito del gas russo via Ucraina contribuirà a rendere ancora più frammentata una situazione già di per sé molto complessa. Il Vecchio Continente ha vissuto tra il 2022 e il 2023 un biennio estremamente agitato per la fine dei rapporti privilegiati con un fornitore che garantiva circa il 40% delle sue importazioni, e molti Paesi hanno dovuto sopperire cercando forniture alternative via tubo o sopperendo con l’importazione del più costoso Gnl. La fine dei flussi sul gasdotto passante per l’Ucraina impatterà duramente nella regione moldava separatista della Transnistria, cui la Russia forniva gas a costo zero per blindare la fedeltà a Mosca delle autorità secessioniste di Tiraspol. In Transnistria sono già segnalati tagli alle forniture di riscaldamento e acqua alle utenze private. In Unione Europea, invece, particolarmente attenzionata è la situazione di tre Paesi: Austria, Ungheria e, soprattutto, Slovacchia. L’Austria fino all’inizio del 2024 importava il 98% del gas dalla Russia, e ha sfruttato finché possibile la disponibilità di oro blu a basso costo proveniente dalla Siberia. Ora, l’autorità di rete Aggm segnala che non ci sono interruzioni delle forniture grazie alla disponibilità di importazioni dagli stoccaggi di Germania e Italia. Per Vienna, gli effetti potranno farsi sentire soprattutto sul conto economico, dato che in futuro la ricostituzione delle scorte rischia di esser più onerosa. Discorso simile per l’Ungheria, che però non intende rinunciare al gas russo e con il premier Viktor Orban ha da tempo individuato una rotta alternativa nel TurkStream-Balcan Stream che parte dalla Russia, attraversa la Turchia, giunge in Bulgaria e, via Serbia, la terra magiara. Chi non ha fonti alternative a cui attingere, perlomeno nel breve periodo, è la Slovacchia del primo ministro Robert Fico, non a caso il più attivo tra i leader europei nel cercare di salvare in extremis l’accordo. Fico ha visitato Putin il 22 dicembre, ha offerto Bratislava come mediatrice e non ha mancato di criticare aspramente Zelensky per la decisione. “L’interruzione del transito del gas attraverso l’Ucraina avrà un impatto drastico su tutti noi nell’Ue, ma non sulla Federazione Russa”, ha affermato in un discorso di Capodanno che mostra tutta la tensione del leader socialdemocratico slovacco, timoroso di un aumento dell’inflazione nel suo Paese nei prossimi mesi. Fico ha minacciato Zelensky che la Slovacchia è pronta a tagliare le esportazioni di elettricità verso l’Ucraina in risposta alla fine dell’accordo, di cui Bratislava rischia di esser la grande sconfitta.

Che conseguenza avrà la fine dell’accordo sull’Italia?
Tra i Paesi europei in passato maggiormente dipendenti dal gas di Mosca l’Italia è stato uno dei più celeri a diversificare le sue fonti di approvvigionamento, favorito in particolar modo da una posizione geografica favorevole, dal ruolo attivo di Eni e dalla sua centralità in una vasta rete di infrastrutture e gasdotti per potenziare le importazioni di gas da Stati come Algeria, Azerbaijan e Qatar. Sul fronte delle disponibilità, la chiusura della rotta europea del gas russo non dovrebbe dunque avere un impatto diretto particolarmente rilevante sull’Italia. Per Roma e per il sistema economico del Paese, piuttosto, il problema potrebbe essere indiretto, se l’aumento delle tensioni energetiche tra Europa e Mosca portasse con sé ulteriori rincari del prezzo del gas. La quotazione di quest’ultimo al TTF di Amsterdam, principale mercato europeo del prezioso idrocarburo, è poco sotto i 50 euro al MWh. Sono valori lontani dal massimo di 300 €/MWh toccati nell’estate 2022, nel pieno della crisi energetica, ma del 43% superiori al valore con cui era iniziato il 2024 (meno di 35 €/MWh) e due volte e mezzo un prezzo medio precedente l’invasione dell’Ucraina che dopo il Covid-19 si era assestato mediamente a 20 €/MWh. Dalla capacità dei Paesi europei di non venir colpiti dalla carenza di gas russo e di sostituire le forniture di Gazprom con rifornimenti duraturi, stabili e capaci di garantire un margine adeguato di sicurezza dipende anche l’impatto economico che la fine del transito via Ucraina genererà sul nostro Paese.

Il commento

di Matteo Villa, Senior Research Fellow, ISPI

“Non accade spesso che perdere il 5% di qualcosa causi trambusti simili. Ma quando si tratta delle forniture di gas russo è naturale che l’UE abbia i nervi tesi. L’Unione sta uscendo a fatica dalla peggiore crisi energetica dagli anni Settanta, causata proprio da Mosca. E i prezzi del gas restano 2,5 volte più alti rispetto ai livelli pre-invasione. Eppure, l’UE di oggi è anche tre volte meno dipendente dal gas russo, mentre Gazprom è in crisi nera. I rapporti di forza sono cambiati, e anche al Cremlino lo sanno.”


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